|
La festa di Sant'Antonio
notizie tratte
dai seguenti articoli di Mauro Gioielli:
1)
Sant’Antonio dei cavalli, “La Vianova”, IV,
n. 10, ottobre 1997, p. 3
2)
Il santo, gli zingari e i cavalli,
“L’Arcolaio”, semestrale, n. 5, gennaio 1998, pp.
55-58
3)
Un santo per gli zingari,
“Extra”, settimanale, V, n. 23, 13 giugno 1998, p.
11
>>> (leggi articolo)
4) Argomenti di cultura popolare: la festa del
patrono, le tradizioni musicali, il folclore
narrativo, nel volume Mirabello Sannitico.
Storia, arte e tradizioni, a cura di Giorgio
Palmieri, Comune di Mirabello Sannitico, Edizioni
Enne, Monograph/4, Ferrazzano 2003, pp. 183-208: p.
202, nota 5
4) Il santo, gli zingari e i cavalli,
“Extra”, settimanale, XII, n. 23, 17 giugno 2005,
pp. 16-17
5) Antonio, il santo dei cavalli, “Extra”,
settimanale, XV, n. 21, 14 giugno 2008, pp. 16-17

A
Isernia, il culto per Sant’Antonio da Padova, la cui
festa ricorre il 13 giugno, è tra i più sentiti.
Un’antica
Confraternita
[1],
porta il suo nome e a lui è intitolata una cappella
(cappellone di Sant'Antonio) della
Chiesa di San Francesco.
Due
statue ritraggono il frate portoghese secondo una
standardizzata iconografia: saio francescano,
aureola sul capo, giglio in mano e il Bambinello.
Una delle due statue (che, in realtà, nella parte
inferiore è una sagoma) è quella custodita nella
nicchia centrale del cappellone ed è usata
per la processione; la seconda statua, più antica e
di straordinaria bellezza, viene occasionalmente
esposta, in attesa di restauro.
La
sera della vigilia, la prima statua è svestita del
saio che ha indossato per tutto l’anno e viene
rivestita con l’abito della festa
[3].
Il simulacro viene poi addobbato con quelli che si
dicono gli ori di Sant’Antonio: numerosi ex
voto in metallo prezioso (orecchini, bracciali,
spille, anelli, collane).
Isernia, antica statua di Sant'Antonio
(foto M.
Gioielli, 2008)
I
cavalli
Processione con i cavalli, 1931
(cartolina
postale, coll. privata)

La
mattina del giorno della festa, dopo alcune messe,
la statua veniva condotta in processione. Da pochi
anni, la processione è serale (con inizio alle ore
18 o alle ore 19). Il corteo processionale è la parte più
caratteristica del rito isernino, per la presenza di
cavalli bardati con drappi vistosi, nastri colorati
e immagini del santo. Fonti orali attestano che, in
origine, il numero dei cavalli 'doveva' essere 13,
perché «tredici» è il numero di Sant’Antonio (che
dispensa 13 grazie al giorno; che si festeggia il 13
giugno; a cui si dedica la tredicina
[4]).
In realtà il numero dei cavalli, almeno per quanto
da me osservato negli ultimi due decenni, è casuale
(quasi sempre variabile da 10 a 15).
Gli equini
vengono fatti sfilare dietro la statua in un corteo
che attraversa la città. Un tempo gli animali
(cavalli, asini, muli e bardotti, che sovente
trasportavano offerte frumentarie) erano quelli dei
contadini locali. Nella seconda metà del XX secolo,
la processione ha visto la partecipazione prevalente
o esclusiva dei cavalli di proprietà dei Rom
stabilitisi a Isernia.
La
presenza equina, secondo la tradizione locale (nata
sulla scorta dell'agiografia antoniana) è dovuta al
ricordo d'uno dei miracoli attribuiti al santo di
Padova, ossia quel prodigio eucaristico noto come
"miracolo della mula"
[5]
che
qui racconto in sintesi, secondo la versione che
viene da generazioni tramandata dal ramo materno
della mia famiglia.
«Un
giorno Sant’Antonio, mentre con l’ostensorio in mano
parlava dell’Eucarestia, venne interrotto da un tale
senza fede. Costui disse al santo che avrebbe
creduto alla possibilità che il Corpo di Cristo
potesse vivere nell’ostia solo se la sua giumenta
[6]
vi si fosse inginocchiata davanti. “Allora –
replicò Antonio – portami la tua giumenta!”. Il
tale, dopo alcuni giorni durante i quali aveva fatto
digiunare l’equino, lo condusse in chiesa, al
cospetto di Sant'Antonio che reggeva in mano
un’ostia consacrata. Contemporaneamente, il padrone
offrì alla giumenta un fascio di fieno. L'animale
non badò per nulla al fieno e s’inginocchiò dinanzi
all’ostia».
Gli
altarini, i pani, i monacelli
Aspetti
interessanti della festa isernina sono pure gli
'altarini' di Sant’Antonio (edicole votive, dette
chiesiole, che sono abbellite con luci, drappi e
fiori) e r' paniciegl', ossia il pane dei
poveri (o di Sant'Antonio), cibo rituale
consistente in panini benedetti che vengono
distribuiti ai fedeli
[7].
Un’altra caratteristica cultuale è quella dei
‘monacelli’ (munaciegl'). Sono così
chiamati i bambini che, per devozione, vengono
vestiti come Sant’Antonio. Tale usanza intende
invocare la protezione del santo sul bimbo o ha
funzione di ex voto per una grazia ricevuta.
Girolamo Tessari, Il miracolo della mula,
1515 ca.
Note
[1]
Per l’Arciconfraternita di S. Nicandro e S.
Pietro Celestino d’Isernia (appellata) contro
Confraternita di S. Antonio d’Isernia (appellante).
Corte di Appello di Napoli, 1ª Sezione, Udienza del
4 febbraio 1914, Tipografia A. Iazzetta, Napoli
1914, p. 12.
[2]
Questa chiesetta è detta cappellone, nome
mutuato dalla navata laterale della chiesa di San
Francesco, navata che costituiva la chiesa di Sant’Antonio,
conosciuta appunto come Cappellone.
[3]
Un saio donato a mo’ di ex voto da una famiglia di
fedeli e che è usato per il solo giorno della festa.
Questo abito riveste tale funzione “festiva”
fin quando non ne sarà offerto in dono uno nuovo (il
vecchio sarà accuratamente conservato).
[4]
A Isernia, i primi giorni della tredicina
coincidono con alcune date della novena per
Santa Barbara (che a Isernia si festeggia il 6
giugno), la cui statua è anch’essa conservata nella
Chiesa di San Francesco.
[5]
Secondo la tradizione agiografica, tale miracolo fu
operato da Sant’Antonio a Rimini, nel 1227, dopo
essere stato sfidato da un certo Bonovillo, eretico
cataro, che gli chiese di dimostrare la reale
presenza di Gesù nell’ostia consacrata. La più
antica biografia di Sant’Antonio, “L’Assidua” (1232
ca.), riporta le parole di Bonovillo: «Frate! Lo
dico davanti a tutti, crederò nell’eucaristia se la
mia mula, che terrò senza cibo per tre giorni,
mangerà l’ostia che le offrirai tu piuttosto che la
biada che gli darò io». Dopo tre giorni, la
mula, nonostante fosse affamata per il digiuno,
s’inchinò davanti all’ostia consacrata e rifiutò la
biada.
Anche la “Begninitas”
(1280 ca.), altra antica fonte scritta riguardante Sant’Antonio, narra l’episodio.
Per quanto
concerne l’iconografia, varie opere raffigurano il
miracolo della mula, tra cui un celebre quadro di
Girolamo Tessari (1515 ca.)
A
Rimini, in piazza Tre Martiri, è possibile visitare
la chiesa eretta in ricordo del prodigio eucaristico
antoniano.
[6]
A differenza della tradizione orale isernina, le
fonti letterarie che menzionano tale miracolo non
indicano una 'giumenta' bensì, più precisamente, una
'mula'.
[7]
È il cosiddetto pane dei poveri. L’usanza di
distribuirlo è nata in ricordo d’un miracolo
attribuito a Sant’Antonio, il quale fece resuscitare
un bimbo annegato (secondo alcune fonti, in n un
grosso recipiente domestico; secondo altre, in un un
lago o in un fiume), la cui ricca madre aveva
chiesto l’intervento del santo promettendogli in
cambio di donare ad ogni famiglia povera del paese
tanto grano quant’era il peso del figlio (pondus
pueri).
|