Torna all'indice Comune di Isernia

  Feste e tradizioni

© Tutti i diritti riservati

      Nessuna riproduzione, totale o parziale, può essere effettuata senza il preventivo consenso scritto dell'autore.                                                       

 

 

 

La festa di Sant'Antonio

di Mauro Gioielli

 

A Isernia, il culto per Sant’Antonio da Padova, la cui festa ricorre il 13 giugno, è tra i più sentiti. Un’antica Confraternita, fondata nel 1781 [1], porta il suo nome e a lui è intitolata una cappella (cappellone di Sant'Antonio) della Chiesa di San Francesco.

Due statue ritraggono il frate portoghese secondo una standardizzata iconografia: saio francescano, aureola sul capo, giglio in mano e il Bambinello. Una delle due statue (che, in realtà, nella parte inferiore è una sagoma) è quella custodita nella nicchia centrale del cappellone ed è usata per la processione; la seconda statua, più antica e di straordinaria bellezza, viene occasionalmente esposta, in attesa di restauro.

La sera della vigilia, la prima statua è svestita del saio che ha indossato per tutto l’anno e viene rivestita con l’abito della festa [3]. Il simulacro viene poi addobbato con quelli che si dicono gli ori di Sant’Antonio: numerosi ex voto in metallo prezioso (orecchini, bracciali, spille, anelli, collane).

Isernia, antica statua di Sant'Antonio (foto M. Gioielli)

 

I cavalli                                                                 Processione con i cavalli, 1931 (cartolina postale, proprietà famiglia Di Perna-Forti)

La mattina del giorno della festa, dopo alcune messe, la statua veniva condotta in processione. Da pochi anni, la processione è serale (con inizio alle ore 18 circa). Il corteo processionale è la parte più caratteristica del rito isernino, per la presenza di cavalli bardati con drappi vistosi, nastri colorati e immagini del santo. Fonti orali attestano che, in origine, il numero dei cavalli 'doveva' essere 13, perché «tredici» è il numero di Sant’Antonio (che dispensa 13 grazie al giorno; che si festeggia il 13 giugno; a cui si dedica la tredicina [4]). In realtà il numero dei cavalli, almeno per quanto da me osservato negli ultimi due decenni, è casuale (quasi sempre variabile da 10 a 15).

Gli equini vengono fatti sfilare dietro la statua in un corteo che attraversa la città. Un tempo gli animali (cavalli, asini, muli e bardotti, che sovente trasportavano offerte frumentarie) erano quelli dei contadini locali. Nella seconda metà del XX secolo, la processione ha visto la partecipazione prevalente o esclusiva dei cavalli di proprietà dei Rom stabilitisi a Isernia.

La presenza equina, secondo la tradizione locale (nata sulla scorta dell'agiografia antoniana) è dovuta al ricordo d'uno dei miracoli attribuiti al santo di Padova, ossia quel prodigio eucaristico noto come "miracolo della mula" che qui racconto in sintesi, secondo la versione che viene da generazioni tramandata dal ramo materno della mia famiglia.

«Un giorno Sant’Antonio, mentre con l’ostensorio in mano parlava dell’Eucarestia, venne interrotto da un tale senza fede. Costui disse al santo che avrebbe creduto alla possibilità che il Corpo di Cristo potesse vivere nell’ostia solo se la sua giumenta [5] vi si fosse inginocchiata davanti. “Allora – replicò Antonio – portami la tua giumenta!”. Il tale, dopo alcuni giorni durante i quali aveva fatto digiunare l’equino, lo condusse in chiesa, al cospetto di Sant'Antonio che reggeva in mano un’ostia consacrata. Contemporaneamente, il padrone offrì alla giumenta un fascio di fieno. L'animale non badò per nulla al fieno e s’inginocchiò dinanzi all’ostia».

 

 

 

Gli altarini, i pani, i monacelli

Aspetti interessanti della festa isernina sono pure gli 'altarini' di Sant’Antonio (edicole votive, dette chiesiole, che sono abbellite con luci, drappi e fiori) e re panicielle, ossia il pane dei poveri (o di Sant'Antonio), cibo rituale costituito da panini benedetti, che vengono distribuiti ai fedeli.

Un’altra caratteristica cultuale è quella dei ‘monacelli’ (munacieglie). Sono così chiamati i bambini che, per devozione, vengono vestiti come Sant’Antonio. Tale usanza intende invocare la protezione del santo sul bimbo o ha funzione di ex voto per una grazia ricevuta.

      Girolamo Tessari, Il miracolo della mula, 1515 c.a

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Processione, inizio Novecento (archivio L. Cristicini)

 

    Isernia, "statua nuova" di Sant'Antonio (foto M. Gioielli)

Note

[1] L’anno si rileva dall'opuscolo Per l’Arciconfraternita di S. Nicandro e S. Pietro Celestino d’Isernia (appellata) contro Confraternita di S. Antonio d’Isernia (appellante). Corte di Appello di Napoli, 1ª Sezione, Udienza del 4 febbraio 1914, Tipografia A. Iazzetta, Napoli 1914, p. 12.

[2] Questa chiesetta-sacrestia è oggi detta cappellone, nome mutuato dalla navata laterale della chiesa di San Francesco, navata intitolata a Sant’Antonio e conosciuta, un tempo, appunto come Cappellone.

[3] Un saio donato a mo’ di ex voto da una famiglia di fedeli e che è usato per il solo giorno della festa. Questo abito riveste tale funzione “festiva” fin quando non ne sarà offerto in dono uno nuovo (il vecchio sarà accuratamente conservato).

[4] A Isernia, i primi giorni della tredicina coincidono con alcune date della novena per Santa Barbara (6 giugno), la cui statua è anch’essa conservata nella Chiesa di San Francesco.

[5] A differenza della tradizione orale isernina, le fonti scritte che ricordano tale miracolo non indicano una 'giumenta' bensì, più precisamente, una 'mula'.