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Antropologia della morte
Significati e simbologie del Venerdì Santo a
Isernia
di
Mauro Gioielli
www.maurogioielli.net
Articolo pubblicato sul
settimanale «EXTRA», anno XV, n. 11, sabato 22
marzo 2008, pp. 16-17.
Rappresentare la Morte
per superare la Morte.
È questa, in
estrema sintesi, la ragione culturale verso cui
tende la drammatizzazione sacra del Venerdì Santo,
che trova compimento nel cordoglio collettivo
“messo in scena” attraverso la Processione del
Cristo Morto. Il prologo liturgico di tale dramma
rievocativo sta nei Sepolcri, il suo epilogo
risolutore nella Resurrezione. L’itinerario da
compiere è un itinerario temporale, ma è anche un
itinerario di sentimenti.
I
giorni del lieto dolore
I
giorni della settimana santa sono i giorni del
lieto dolore, i giorni durante i quali la
«morte trionfata» conduce alla scoperta della
«vita ritrovata». Il dies focale di questo
percorso è il Venerdì, il dies del transfer
dal lutto alla gioia, dall’angoscia alla
liberazione. In tale giorno si celebra il più
inquietante rito del cattolicesimo: la Processione
del Cristo Morto. È il rituale commemorativo del
sacrificio dell’Agnus Dei, in cui si perpetua
l’antico schema naturalistico della morte e della
rinascita.
Gli elementi iconici
della Processione del Venerdì Santo a Isernia sono
le statue del Cristo Morto e della Mater Dolorosa
col cuore trafitto da sette pugnali [1],
sono i busti degli Ecce Homo [2]
e le Croci [3]
della salita al Calvario [4],
sono le Croci del Sudario [5]
e le Croci con gli strumenti della Passione [6].
Il dramma che si
rappresenta è un dramma mobile, si muove in un
territorio urbano che diviene spazio sacro.
Un’intensa vibrazione psicologica e una profonda
commozione avvolgono uomini e cose, esaltando il
legame sociale del gruppo che, in tal modo,
avverte il potenziamento della propria unione
religiosa.
Poi giunge il Sabato
Santo, momento di riflessione su ciò che s’è
perso, momento di congiunzione verso il
ritrovamento. Infine, appare l’alba della Pasqua
(la morte ha visto sempre più sbiancare la propria
ombra, e oltre quell’ombra c’è una nuova luce).
La morte obliterata
Nel giorno del Venerdì
Santo, la mistica e devastante irruzione del
dramma sacro che raffigura la cristiana res
mortis
riconduce l’individuo al senso concreto della
res vitae, laddove il lutto è interruzione e
la vita continuità. La morte, pertanto, deve
essere ad ogni costo obliterata. Non a caso,
infatti, nei riti della Passione, la celebrazione
della morte innesca un’immediata replica positiva,
una opposizione etnica al dolore del morire
che intende restituire alla comunità la
letizia del vivere. In tal senso, il Venerdì
Santo è il dies amaritudinis ma anche il
dies della futura serenità. È la data in cui il
cordoglio e il conforto, la paura e il riscatto
trovano unità esplicativa. È il giorno
dell’incurabile malattia che, miracolosamente,
rintraccia la strada che conduce all’insperata
guarigione.
In
questo giorno, dunque, l’energia vitale trova
ragione nel suo opposto, perché è certo che
maggiormente si apprezza la Vita, con quanto di
buono e giusto essa contiene, nel momento in cui
si guarda la Morte e si riesce a leggere tutto il
dolore che quest’ultima procura e rappresenta.
Il
dialogo dell’ego
Quale valore assegnare oggi alla Processione del
Cristo Morto? Se gli si concede il valore di forza
efficace per la soluzione favorevole di
condizionanti nodi storici, bisogna convenire che
il suo messaggio potrebbe apparire quanto meno
ambiguo. Questo rito, difatti, privilegia
maggiormente il lutto e il dolore e quasi
affievolisce gli antichi significati positivi
scaturenti dal sacrificio qui tollit peccata
mundi. A ben considerare c’è più sentimento
religioso durante la rappresentazione della
sofferenza del Venerdì di Passione che non nel
momento della Resurrezione pasquale. Ci si sente
più coinvolti e trasportati nell’osservare il
corteo che rievoca la morte del Figlio di Dio che
non nel sentire le campane a distesa la domenica
di Pasqua.
I
motivi di ciò risiedono probabilmente nella
sensazione del bisogno d’una continua espiazione
che c’è nel credente, anche moderno. Egli
riscontra in sé debolezze che impediscono
antagonismi con la grandezza dell’universo. Sa
d’essere fallace e di peccare quotidianamente. Per
questo cerca di realizzare il proprio riscatto
attraverso la partecipazione a momenti
penitenziali, a forme di devozione e di
raccoglimento.
L’uomo contemporaneo, di fronte a taluni grandi
misteri divini (quali la morte e resurrezione di
Cristo), dà origine ad un dialogo tra la propria
anima e il proprio intelletto, tra
la propria fede religiosa e la propria visione
materialistica del mondo. La puntuale mancanza di
risposte definitive agli interrogativi che fa
nascere questo dialogo crea frustrazioni, e può
ingenerare sensi di colpa che vanno combattuti
attraverso esperienze e sacrifici diretti (andare
a piedi scalzi, cingersi la testa di spine,
portare croci, statue, ceri, ecc.) che sono una
sorta di datio per la conquista di
traguardi che sovente appaiono immeritati.
Note
[1]
La tradizione popolare isernina vuole che i
pugnali simboleggino i sette peccati capitali.
Tutte le testimonianze orali che ho ascoltato,
concordano. Questa credenza è antica e pervicace,
pertanto anch’io, in più d’una pubblicazione, l’ho
rispettata. Va, però, chiarito che, in realtà, il
cuore dell’Addolorata è trafitto da spade o
pugnali che rappresentano i suoi sette dolori: La
profezia di Simeone; La fuga in Egitto; Gesù
smarritosi nel Tempio; La Madre incontra il Figlio
lungo la via del Calvario; La Madonna ai piedi
della Croce; La deposizione, con la Vergine che
accoglie fra le braccia il Cristo morto; Maria
presso il sepolcro.
[2]
Gli Ecce Homo portati in processione a
Isernia sono dei busti statuari che
raffigurano Cristo dopo la flagellazione: «Allora
Gesù uscì, portando la corona di spine e il
mantello di porpora. E Pilato disse loro: “Ecco
l’uomo!”» (Gv 19, 5). Infatti, il governatore
romano, che reputava Gesù innocente, per placare i
Giudei che lo volevano giustiziare, pensò di
accontentarli facendolo flagellare; poi, pronunciò
la nota esclamazione: «Ecce Homo!», a voler
significare: «Ecco l’uomo! Vedete che l’ho
punito».
Un attributo fondamentale del busto dell’Ecce Homo
è il fusto di canna posto fra le mani legate di
Cristo. L’oggetto simboleggia l’arundo
consegnata al flagellato dai suoi aguzzini, quale
scettro derisorio. In più opere di Caravaggio, i
flagellatori usano delle canne per conficcare
sulla testa di Gesù la corona di spine.
[3]
La croce della crocifissione di Cristo è di tipo
latino, formata da due segmenti ortogonali, di
diversa misura (il più lungo è quello
perpendicolare). Il segmento minore si interseca
all’incirca a tre quarti del maggiore, dividendosi
in braccia uguali.
[4]
A Isernia, sono dette Croci Calvario quelle che
vengono trasportate a spalla dagli incappucciati.
Intendono riprodurre la croce che Gesù portò sul
Golgota. Erroneamente a Isernia qualcuno (anche
nelle
confraternite)
chiama “Calvario” le croci “della Passione”.
[5]
Quella detta “sudario” è una croce sul cui
segmento orizzontale viene collocato, quasi a mo’
di drappo-insegna, un panno bianco. Il panno
intende richiamare l’episodio narrato nel Vangelo
di Giovanni: «Nel giorno dopo il sabato, Maria di
Màgdala si recò al sepolcro di buon mattino,
quand’era ancora buio, e vide che la pietra era
stata ribaltata dal sepolcro. Corse allora e andò
da Simon Pietro e dall’altro discepolo, quello che
Gesù amava, e disse loro: “Hanno portato via il
Signore dal sepolcro e non sappiamo dove l’hanno
posto!”. Uscì allora Simon Pietro insieme
all’altro discepolo, e si recarono al sepolcro.
Correvano insieme tutti e due, ma l’altro
discepolo corse più veloce di Pietro e giunse per
primo al sepolcro. Chinatosi, vide le bende per
terra, ma non entrò. Giunse intanto anche Simon
Pietro che lo seguiva ed entrò nel sepolcro e vide
le bende per terra, e il sudario, che gli era
stato posto sul capo, non per terra con le bende,
ma piegato in un luogo a parte. Allora entrò anche
l’altro discepolo, che era giunto per primo al
sepolcro, e vide e credette.» (Gv 20, 1-8).
Poiché l’episodio narrato da Giovanni avvenne di
domenica, ossia due giorni dopo la crocifissione,
la “croce sudario” usata nelle processioni del
Venerdì Santo dovrebbe avere più giusti
collegamenti con il sudario della Veronica (se non
fosse che tale donna è ricordata solo in testi
apocrifi). Secondo una tarda tradizione
occidentale, l’emorroissa asciugò il volto di Gesù
con un panno-sudario, mentre percorreva con la
croce la salita del Calvario; il Volto di Cristo
restò impresso sul telo (la vera icona, da
cui il nome Veronica).
[6]
Le Croci della Passione si contraddistinguono per
la presenza degli oggetti del martirio di Gesù (la
lancia che penetrò nel suo costato, il martello e
la tenaglia usati per conficcare e togliere i
chiodi da mani e piedi, la colonna della
flagellazione, eccetera. C’è anche il gallo che
ricorda l’episodio di Pietro che rinnegò il suo
Maestro). Queste croci, fino a qualche anno fa,
erano dette “della Via Crucis”.
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