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I Ss. Martiri
Nicandro, Marciano e Daria
Protettori
d’Isernia
uno scritto del
teologo Giuseppe Ruggiero
Foglio
datato 17 giugno 1948 (collezione Mauro Gioielli)
Il
17 giugno 1948, fu stampato a Isernia, nella
tipografia Fratelli Colitti, un foglio volante
composto di quattro facciate e intitolato
Fra gli astri
della Santità: I SS. Martiri Nicandro, Marciano e
Daria Protettori d’Isernia. Il foglio porta la
firma del «Can. Dott. Giuseppe Ruggiero, Teologo
della Cattedrale».Si
tratta d’un breve scritto sui santi patroni della
città di Isernia (ma anche della diocesi di
Isernia-Venafro e di Venafro stessa).
Ruggiero, in un passo
del foglio, afferma di aver voluto dettare «dei
nostri Protettori [...] il più alto, il più degno,
il più eloquente elogio». Con tale «rievocazione
della loro altissima figura» – aggiunge il teologo
– si intende «farla rivivere in noi, mentre ne
invochiamo il valido patrocinio, per attingere
quegli insegnamenti che siano per noi, per tutti,
palestra di virtù, scuola di eroismo».
È utile a questo
punto trascrivere alcune parti del foglio volante.
* * *
La loro patria fu
l’Africa; le loro famiglie nobili ed illustri,
legate tra loro con vincoli di antica amicizia.
Come trascorresse la loro fanciullezza, la storia
lo tace; dice soltanto che furono soldati delle
legioni romane, sotto l’imperatore Diocleziano.
Educati al culto ed
alla religione degli idoli pagani, raccolsero come
in eredità il seme della Fede di Cristo
alla visione del martirio, che – secondo
l’energica espressione del fiero apologista
Tertulliano – fecondava col sangue dei martiri il
seme dei cristiani... Sanguis martyrum...
E divenuti cristiani,
furono naturalmente gli Apostoli della Fede,
percorrendo le nostre contrade, predicando
Cristo, abbattendo i templi degli Dei falsi e
bugiardi, e confermando con prodigi lo loro divina
missione.
Accusati come
cristiani dai sacerdoti degli idoli, furono
tradotti davanti al Preside Massimo, il quale,
prima con lusinghe, poi con minacce, procura di
richiamarli all’insana idolatria. E qui si avvera
un prodigio, che viene celebrato con tocchi
magistrali nel Libro della Sapienza: Mulierem
fortem quis inveniet? Procul et de ultimis finibus
pretium eius! – Chi troverà una donna forte?
Essa è preziosa come le cose portate di lontano e
dalle estremità della terra! (Proverbi – 31,
10-11).
Simile alle antiche
eroine, che sono le vere mulieres fortes,
Ester, Giuditta, la Madre dei Maccabei,
Perpetua e Felicita, e tante altre registrate nei
fasti del Martirologio Romano, la moglie di
Nicandro, Daria, va anch’essa alla presenza del
Preside, e con dolci, ma forti espressioni, incita
il consorte a perseverare fortis in fide.
Il Preside, a tanta fermezza, confuso da una
debole donna, pronunzia contro gli invitti
campioni della Fede la sentenza di morte.
«La pace sia con te,
o Preside!» rispondono Essi.
Era il loro grido di
vendetta!
«Ultio
sanguinis servorum tuorum, qui effusus est».
Daria, menata fuori
della prigione, seguiva lo sposo Nicandro,
esortandolo a subire coraggiosamente la prova
suprema.
Giunti al luogo del
supplizio, vengono lacerati con uncini di ferro e
sospesi ad alte travi, con le membra forate da
spiedi acuminati; poi distesi su carboni ardenti e
battuti con verghe, hanno la lingua recisa; ed
infine consumano il loro martirio con la testa
troncata. Si era nel mese di giugno del 302, il
giorno 17, presso Venafro, nel luogo stesso ove
oggi, al posto dell’antico anfiteatro
romano, sorge la Basilica dei SS. Martiri,
custodita con religiosa pietà dai figli di
Francesco d’Assisi.
Questi i brevi tratti
della storia dei nostri SS. Protettori,
tramandatici pur sotto il velo del mistero, o
sotto l’ombra della leggenda [...].
Fortezza, carità,
testimonianza di fede! Ecco l’altissima virtù dei
pionieri della Fede, dei Martiri [...]. Ed il
mondo ha guardato sempre a questi amanti, a questi
testimoni.
Tra essi splendono di
purissima luce i nostri Protettori, Nicandro,
Marciano e Daria. Anch’essi furono dei forti,
anch’essi furono degli amanti, anch’essi furono
dei testimoni di Cristo; e fecero risplendere alta
e solenne la loro luce di virtù e di eroismo,
perché vedessero tutti le loro opere e ne
glorificassero il Padre che è nei cieli [...].
* * *
In
conclusione del suo scritto, Giuseppe Ruggiero
allude alle piaghe del bombardamento che pochi
anni prima aveva distrutto la città che ancora
portava
impresse le laceranti stigmate del martirio,
quindi lamenta la languida fede degli
isernini; infine denuncia l’abbandono in
cui erano stati relegati i tre santi protettori,
difatti il sottotitolo del foglio è: I
grandi... dimenticati!
* * *
Facciano i forti
Campioni della Fede, i nostri SS. tutelari
Protettori, ridestare nella loro ingrata terra di
predilezione queste virtù di cui si resero così
nobili esemplari: facciano risplendere in questa
loro Città – che ancora porta impresse le
laceranti stigmate del martirio e che li scelse,
in tempi di meno languida fede, quali suoi custodi
– la loro visibile protezione, al di sopra ed al
di fuori dell’abbandono in cui li abbiamo
relegati; sì che tutti, senza vuote distinzioni di
classi sociali, ritornino alla fede dei padri che
in essi venerarono la tutela dei nostri focolari,
dei nostri campi, del nostro fecondo ed operoso
lavoro!
Il martirio di San Nicandro, Isernia, chiesa San
Francesco (foto M. Gioielli) |