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Il Signore dei
Serpenti
La festa di San
Domenico abate a Castelpizzuto
Mauro Gioielli
www.maurogioielli.net
Articolo
pubblicato sul settimanale
«EXTRA», anno XVI, n. 22, sabato 6 giugno 2009, pp. 17-18
San Domenico abate,
monaco benedettino vissuto a cavallo dell’anno
Mille [1],
è venerato in vasta area dell’Italia centrale,
particolarmente in Abruzzo, Umbria, Lazio e Molise
[2].
L’intervento di questo santo taumaturgo è invocato
soprattutto contro l’idrofobia, l’odontalgia e il
morso dei rettili. In misura minore contro le
grandini e le tempeste, i parassiti e le punture
di insetti.
Nel Molise si
contano più paesi dov’è vivo il culto per San
Domenico abate [3].
Ne ricordo alcuni: Castelpizzuto [4],
la cui festa è descritta in questo articolo;
Carovilli, che gli dedica una fiera il 1º
settembre, presso la piccola cappella rurale
intitolata al santo, situata ai margini d’un
tratturello [5];
Fornelli, da cui, ogni anno, una compagnia di
pellegrini si reca a Villalago (L’Aquila) per il
rito del Bacio delle Croci [6];
Pescolanciano, che ricorda San Domenico il 22
settembre con una processione; San Pietro
Avellana, luogo in cui il nostro abate benedettino
fondò un monastero; Salcito, che gli riserva una
festa a settembre e che alla fine dell’Ottocento
era detto paese de’ ciaralli [7],
cioè dei serpari.
Santi e serpenti
La tradizione
popolare identifica nella serpe una figura
negativa, un animale pericoloso perché velenoso e
capace di fare cose repellenti, come succhiare il
latte dalle mammelle delle donne e degli animali
oppure introdursi nella cavità orale delle persone
dormienti.
Quali antagonisti
del serpente vengono invocati soprattutto tre
santi: oltre il menzionato San Domenico abate, si
ricorre a San Paolo Apostolo e a Sant’Ilario di
Poitiers. San Paolo è chiamato in causa poiché,
morso da una vipera mentre era nell’isola di
Malta, restò immune dal veleno dell’animale. Sant’Ilario
è spesso invocato contro i rettili, in ricordo
d’un miracolo con cui liberò l’isola di Gallinara
infestata da serpi.

La festa di
Castelpizzuto
L’ultima domenica
di maggio, Castelpizzuto festeggia San Domenico
abate. Quella pizzutese si configura come una
diretta filiazione della festa di Cocullo [8],
nota per i culti ofidici e per la presenza dei
serpari.
Pure a
Castelpizzuto la statua del santo veniva ricoperta
di serpenti catturati nei campi intorno al paese.
È stato così fino alla prima metà degli anni
Venti, quando – secondo la locale tradizione orale
– avvenne un episodio che fece cessare tale
usanza. Un uomo fu morso al braccio da un grosso
rettile che restò a lungo attaccato all’arto del
malcapitato. Una donna incinta, alla visione di
quel morso, per lo spavento perse il piccolo che
portava in grembo.
L’origine della
festa pizzutese si fa risalire al 1888. Possiedo
copia di un dattiloscritto redatto nel 1988 per
celebrare il centenario dell’arrivo della statua
di San Domenico in Castelpizzuto. Il documento è
firmato da Geremia Caranci, «vecchio sacrestano»
del paese, e contiene delle notizie che a costui
furono «raccontate, quando era bambino, da suo
nonno Sebastiano». Il documento spiega come il
culto per il santo benedettino sia stato
introdotto in quella comunità dall’arciprete
Bonaventura Caranci, morso da un cane «arrabbiato»
e guarito per intervento miracoloso di San
Domenico «che salva dalla rabbia e dal veleno».
La festa s’apre di
buon mattino con l’arrivo dei pellegrini. Oggi
sono pochi e vengono solo dai paesi vicini, ma un
tempo erano tanti e arrivavano da un vasto
circondario matesino e isernino. Nella chiesa di
Sant’Agata si preparano tre statue: San Domenico,
la Madonna Immacolata e Sant’Antonio di Padova,
che dopo la messa sono condotte in processione per
i vicoli. La banda apre il corteo suonando brani
religiosi. I fedeli e un coro di giovani cantano
inni sacri. Al termine le tre statue vengono
ricondotte in chiesa.
Un’importante
tradizione pizzutese, tenuta in vita fino a circa
cinque lustri or sono, era quella che consisteva
nel mettere in scena la cosiddetta Opera di San
Domenico. La drammatizzazione veniva
realizzata, la vigilia della festa, da attori
dilettanti del luogo e raccontava la vita e i
miracoli del santo.
Il ferro della
mula
Appeso al simulacro
di San Domenico che si venera a Castelpizzuto c’è
un piccolo ferro di cavallo con cui i fedeli si
fanno il segno della croce e si toccano parti del
corpo a fine protettivo [9].
Tale oggetto simboleggia il ferro della mula del
santo, ricordato in un episodio agiografico che
qui si narra:
San
Domenico era povero e viveva di carità, girando il
mondo a cavallo d’una mula di nome Giulia. Un
giorno, l’animale perse il ferro d’uno zoccolo,
così il santo dovette fermarsi da un maniscalco.
Costui riferrò la mula e poi chiese d’essere
pagato. Il santo gli rispose che non aveva denari
ma che avrebbe pregato per lui. «Non m’accontento
delle tue preghiere – replicò il maniscalco –. Se
non paghi dovrai rendermi il ferro». Allora il
santo, irritato, ordinò a Giulia di restituirlo e
la mula, scalciando con violenza, fece staccare il
ferro che andò a colpire il maniscalco nel bel
mezzo della fronte, uccidendolo.
Note
[3]
M. Gioielli,
Santi e
serpenti,
“Nuovo Molise”, III, n. 109, 9 maggio 1998.
[4]
Fin da piccolo ho conosciuto la festa pizzutese
(infatti, mio nonno materno, Antonio Succi, era
originario di Castelpizzuto), ma ho iniziato ad
interessarmene seriamente nel 1996, allorquando,
dal 30 aprile al 26 maggio (quest’ultimo giorno
coincise con quello della festa), ho condotto una
lunga ricerca etnografica sul culto di San
Domenico, intervistando numerose persone del
luogo.
Diversi gli articoli
giornalistici che ho successivamente scritto:
M. Gioielli,
Contro i serpenti c’è San Domenico, “Extra”,
III, n. 23, 8 giugno 1996;
M. Gioielli,
Il culto di San Domenico abate a Castelpizzuto,
“Extra”, IV,
n. 19, 24 maggio 1997;
M. Gioielli,
Castelpizzuto oggi in festa in onore di San
Domenico, “Nuovo Molise”,
II,
n. 123, 25 maggio 1997;
M. Gioielli,
San Domenico
di Castelpizzuto,
“Extra”, V, n. 21, 30 maggio 1998. Notizie della
festa pizzutese sono anche in un volume da me
curato:
M. Gioielli,
Madonne, Santi
e Pastori. Culti e feste lungo i tratturi del
Molise,
Campobasso 2000, pp. 36-42.
[5]
M. Gioielli,
La Tresca e la Fiera di San Domenico a Carovilli,
“Extra”, IV,
n. 30, 30 agosto 1997.
[6]
R. Grossi,
La Compagnia di Fornelli in pellegrinaggio a
Villalago per la festa di San Domenico Abate,
Villalago-Ripalimosani 2003.
[7]
V. De Lisio,
Il ciarallo e le serpi, «Rivista delle
tradizioni popolari italiane», II, fasc. 3, 1°
febbraio 1895, pp. 224-227.
[8]
La più famosa delle feste dedicate a San Domenico
abate è quella che si svolge a Cocullo, in
Abruzzo, il primo giovedì di maggio. Molti i
pellegrini molisani che vi partecipano, e io
stesso sono andato più volte. I rettili usati per
i riti ofidici che si svolgono a Cocullo non sono
velenosi, e spesso sono privati dei denti per
evitare morsicature. Vengono catturati nelle
settimane precedenti la festa e sono tenuti in
scatole o recipienti di vetro e nutriti con
crusca. I serpari (anche detti, nei vari
dialetti regionali, ciarmatori, ciarauli,
ciaralli, ecc.) catturano, maneggiano e
“incantano” gli ofidi, gestendo un potere che
deriverebbe loro per vis natalis, ossia
essere venuti al mondo in date particolari,
ritenute magiche, oppure essere nati settimi dopo
sei fratelli maschi o, ancora, essere discendenti
di stirpe marsicana.
Le
serpi, ovviamente, sono le vere protagoniste della
festa. Se ne vedono un po’ dappertutto,
soprattutto in mano ai serpari, e ricoprono
pure la statua di San Domenico quando viene
condotta in processione. Il clero non tenta di
nascondere l’ofidolatria palese o latente che
ancora caratterizza la cerimonia.
Tra
le persone che si recano a Cocullo, vi sono
semplici turisti che sono mossi da curiosità e
vivono una situazione psico-culturale che li
blocca (repulsione verso gli ofidi), ma una volta
coinvolti nell’esperienza collettiva del rito
cocullese superano l’innato timore e quasi sempre
riescono ad afferrare o almeno toccare i serpenti,
facendosi anche fotografare con i rettili in mano.
S’attua così una sorta d’iniziazione spontanea,
benché questi neofiti serpari tornino ad
avere le vecchie “paure” già dal giorno
successivo.
Sulla
festa di Cocullo, fra le tante pubblicazioni, si
vedano: A.M.
Di Nola, Gli aspetti magico-religiosi di
una cultura subalterna italiana, Torino 1979;
N. Cocchio,
I serpari a Cocullo, Cocullo-Roma
1992; G.
Profeta, Un culto pastorale
sull’Appennino..., cit.
[9]
A Castelpizzuto, a scopo apotropaico, si usano dei
laccetti di lana colorata che, fino a qualche
tempo fa, erano benedetti e distribuiti dietro
libera offerta in denaro; da qualche anno, invece,
vengono venduti da anziane popolane (quest’anno
ogni laccetto costava 50 centesimi).
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