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Il Canto dei Vicoli
Mauro Gioielli
www.maurogioielli.net
Articolo pubblicato sul periodico «POLIS,
idee e cultura
nelle città. Isernia e la provincia»,
anno III, n. 13, 1998, pp. 20-21.
Isernia mostra una identità etnica
in profonda trasformazione, con segni evidenti di
crisi e di rinnovamento.
Sono ormai desuete molte pratiche
tradizionali, e s’è quasi completamente dissolta
una cultura orale fatta di fiabe e leggende, di
proverbi e detti contadini, di canzoni e
filastrocche, di scongiuri e formule magiche. È un
patrimonio che ogni tanto riaffiora nella memoria
collettiva e nel linguaggio ma che sembra
sopraffatto da nuove consuetudini e nuove forme
espressive. La città, in effetti, rispetto ad un
passato anche recente, ha oggi un mutato nucleo
sociale e un diverso aspetto urbano e produttivo.
Disgregatasi l’originaria comunità contadina, il
ceto borghese costituisce la parte maggiore della
popolazione, una parte che coltiva interessi
culturali non più specificatamente endemici e
tradizionali ma anche interetnici e mediali.
Questo nuovo panorama
socio-antropologico, su cui influisce anche la
consistente colonia Rom insediatasi stabilmente in
città, sembra destinare ad un prossimo oblio
elementi ed aspetti tipici dell’antica tradizione
demologica autoctona. L’uso del dialetto, ad
esempio, mostra continue ‘italianizzazioni’.
Praticato compiutamente solo dagli strati più
popolari, viene man mano abbandonato dalle nuove
generazioni. La mutazione culturale ha influito
anche sul repertorio della musica popolare.
Cessate le motivazioni funzionali delle ninne
nanne, delle canzoni di mietitura, delle danze
sull’aia, ecc. tali espressioni di “comunicazione
popolare” si avviano verso l’estinzione. Si tratta
d’un repertorio ch’era sopravvissuto in ragione di
esigenze naturali legate ai cicli della vita e del
calendario, esigenze oggi non più valide o
concretamente trasformatesi.
Forse gli ultimi, autentici sussulti di questa
cultura sono stati quelli che potei cogliere sul
finire degli anni Settanta [1],
quando una campagna di ricerca etnomusicale mi
permise di recuperare un consistente numero di
canti folklorici isernini. L’indagine interessò
marginalmente le zone rurali e in via principale
la parte antica della città. Anziani informatori
eseguirono per me un repertorio che si dimostrò
ancora sufficientemente vivo: canzoni narrative,
d’emigrazione, d’amore, di lavoro, per feste e
ricorrenze, ecc. Furono circa cento i documenti
sonori registrati [2].
Questo articolo – per limiti di spazio – tratterà
una piccolissima parte del materiale raccolto.
Sono pochi esempi, scelti tra i canti che
affrontano il tema dell’amore con accenti lirici e
spunti erotici. Il menzionato limite non ha
consentito di trascrivere per essi la relativa
partitura musicale. Il lettore, dunque, più che ad
uno studio etnomusicologico scientificamente
corretto, si troverà di fronte ad un mini saggio
di “poesia popolare”. Per i medesimi motivi di
spazio, anche le analisi glottologiche e le
considerazioni linguistiche risulteranno
mortificate o del tutto assenti [3].
La palettella.
Canto per la “richiesta del bacio”.
La palettella è l’attrezzo usato per
raccogliere la cenere e i piccoli carboni ardenti
del camino. Il rossore del viso della fanciulla,
causato dall’eccitazione amorosa, viene
giustificato con la vamba de ru fuoche
(fiamma del focolare).
Bella quatrara, se te vuò fa vascià
piglia la palettella e vié pe’
foche.
Se zi n’addona mammeta, bella, di ru bacie,
rille ch’è stata la vamba de ru
fuoche.
La vamba de ru fuoche, bella, nen è
state.
È state ru vascie de ru ’nnamurate.
Juorne re la festa.
Una serenata, canto “maschile”
destinato ad essere eseguito (o fatto eseguire)
dall’innamorato. L’ho, però, raccolto da una donna
che lo cantava al lavatoio pubblico (ru
puzze) insieme alle amiche. Tale mutazione
funzionale ne trasformò anche l’esecuzione vocale
che da solistica divenne corale (più lavandaie
cantavano all’unisono).
Te so’ ncuntrate juorne re la
festa,
potenza de ru ciele comm’ive bella.
Tenive capiglie nire e faccia tonna,
ghianca comm’alla neve alla
muntagna.
Ie t’haie fermata e ti sci fatta
roscia,
sci ritte: “Tenghe scuorne!” e sci
scappata.
Cuscì t’haie aspettate juorne
appriesse
mentr’ive a piglià l’acqua a la
funtana.
Sia beneretta st’acqua, ohi nenna
mea,
ca so capite li penziere tié.
E li penziere tié so’ dell’amore
so’ come a chiri mié da tanta
tiempe.
Tutte re prievete.
Quattro versi d’un boccaccesco canto. Si minaccia
una Bella (qui intesa come monaca) di
raccontare al Vescovo la tresca amorosa tra lei e
un prete [4].
La Bella non se ne preoccupa, anzi se sarà
privata dell’abito monacale potrà finalmente
sposarsi (ie me ’nzore).
Tutte re prievete vanne a la
puttana.
Bella, ce l’aggia rice a Munzignore.
Che me ne ’mporta a me ca ce le
rice,
isse me leva l’abbete e ie me
’nzore.
Ninuccia.
Il classico canto della
malmaritata: la ragazza andata in sposa ad un
vecchio. La notte, l’infelice fanciulla piange
fino a ‘seccarsi’ come il fiume Carpino. Il
vecchio marito dichiara la propria impotenza (Cristi
mi l’è livati la putenza) e cerca di
consolarla promettendole vestiti e gioielli. Lei
replica chiedendo l’unica cosa che davvero
desidera: un uomo giovane.
Li piange che zi fai la zitella
quande ze colica chi lu viecchie a
lata
Essa zi colica e pari ’na
lattughella
gl’uocchie com’a Carpino siccata.
Chi vuoie Ninuccia mia che vuoie
che faccia,
Cristi mi l’è livati li forze a li
braccia.
Chi vuoie Ninuccia mia che vuoie
che penza,
Cristi mi l’è livati la putenza.
Zi voi la vunnilluccia mo ti la
faccia
quello coloro che ti piace a tea.
Nin voglio né vunnelle né cannacca
voglie ru giovinotto che
m’abbraccia.
Zi voi li cannacca mo ti li faccia
quello coloro che ti piace a tea.
Nin voglio né cannacca e né linzola
voglio ru giovinotto che mi conzola.
Zi voi li linzola mo ti li faccia
quello coloro che ti piace a tea.
Nin voglio né linzola e né ricchine
voglio ru giovinotto a me vicine.
Zi voi li ricchine mo ti li faccia
quello coloro che ti piace a tea.
Nin voglio né ricchine e né
vunnelle
voglio ru giovinotto belle belle.
Ru Capetane.
Una fanciulla confessa alla madre
l’incontro avuto con un Capitano. L’uomo ha
condotto la ragazza in un posto appartato e l’ha
fatta spogliare. L’iniziazione sessuale è
simboleggiata dalla danza (me facette abballà).
Mamma, mamma, nen me vatte,
t’arracconte
tutte ru fatte.
Iere sera alla fundana
ce truvaie
ru Capetana.
Mi pigliatte che la mane
e mi purtatte rend’alle rane.
E le rane ieva ruosse
e mi purtatte
rend’alle fuosse.
E ru fuosse ieva cupe
e ze
scassatte ru pizzuche.
Levete, levete la vunnelluccia
ci
facemme ru lettuccie.
Levete, levete ru mandezine
ci
facemme ru cuscine.
Ie crereva ca me sparava…
e me facette abballà.
Note
[1]
Negli anni 1981-82
potei recuperare anche un discreto numero di fiabe
popolari (cfr. M.
Gioielli,
Fiabe isernine, Isernia 1984; M.
Gioielli,
Fiabe, leggende e racconti popolari del Sannio,
Isernia 1993).
[2]
Ancora oggi quei
canti, tranne poche eccezioni, sono inediti e non
hanno schedatura tassonomica. Non ho finora avuto
modo di farne completa pubblicazione, né trarne un
disco che ne rappresentasse il sunto. Purtroppo,
alcuni nastri registrati risultano ora
inutilizzabili per smagnetizzazione. S’è così
persa una parte del lavoro di ricerca.
[3]
I testi dei canti li
ho trascritti così come mi sono stati cantati, ad
eccezione di rari interventi attivati laddove le
parole risultavano incomprensibili a causa d’una
registrazione imperfetta. Nella trascrizione ho
evitato le ripetizioni tipiche del canto popolare.
Chiarisco che il dialetto usato dai miei
informatori ha spesso evidenziato differenze
rispetto a quello della parlata corrente. È
difatti un vernacolo modificato specie nelle
finali; un dialetto parzialmente sottomesso al
costrutto musicale attraverso melismi e variazioni
fonetiche. La differenza appare più evidente nel
canto Ninuccia che mostra vocaboli spuri o
resi in italiano, come il piange del primo
rigo che ha sostituito il dialetto chiagne.
[4]
La tradizione orale
isernina ha tramandato varie storielle popolari
sui “rapporti” tra il clero locale e le suore che
vivevano nell’ex convento di Santa Maria delle
Monache.
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