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Il “comparatico” di San
Giovanni
di Mauro Gioielli
www.maurogioielli.net
Articolo
pubblicato sulla rivista «POLIS»
(periodico mensile della vita amministrativa,
economica e culturale del Comune di Isernia), anno III, n. 2, febbraio 2002, p. 12.
Fino a qualche
decennio fa, a Isernia era in uso un rituale
infantile o puberale effettuato nel giorno di San
Giovanni (24 giugno). Questo rito, denominato
comparatico (o comparaggio) e comune a
molte altre aree geografiche, a Isernia aveva un
suo preciso luogo di svolgimento, il “largo della
fiera”, cioè lo spiazzo antistante l’attuale
parco della rimembranza, nei pressi
dell’antico lavatoio pubblico (ru puzze).
Oltre al sito, il rito isernino aveva altre
componenti caratteristiche: una croce di fiori, un
piccolo altare improvvisato e dedicato al santo
(con una sua immagine), l’elemento idrico e quello
litico, la recitazione d’una formula dialettale,
un ‘circuito’ magico-religioso.
Alcuni, in passato,
hanno accennato alla cerimonia. Nel 1924,
Berengario Amorosa scrisse: «Il giorno 24
giugno, festa di S. Giovanni, in una piazza
d’Isernia vien piantata una Croce dell’altezza di
un uomo, infiorata. Quelli che desiderano farsi
compari, tenendosi per mano, e ripetendo alcune
frasi sacre, girano intorno alla Croce; e dopo
vanno a bagnare il piede destro nudo in un canale
d’acqua».
Nel 1948, Ermanno Turco segnala la
medesima tradizione popolare, cui era legata anche
la preparazione d’un modesto altarino «che
alcuni bimbi del rione erigono proprio nel sito in
cui, poco più di un secolo addietro, esisteva una
delle due chiese del Sovrano Militare Ordine di
Malta». Era la chiesa intitolata a San
Giovanni, andata distrutta per gli effetti del
terremoto del 1805. In quel luogo – aggiunge
Turco –, i ragazzi isernini, «il 24 giugno di
ogni anno, stringono, con giuramento, il patto di
amicizia e fratellanza».
Ecco, invece, come
la stessa cerimonia, estintasi a metà dello scorso
secolo, mi è stata descritta da due informatrici
che, in gioventù, sono state attrici del rito. Si
preparava una croce di fiori alta all’incirca un
metro e mezzo, poi si innalzava un altarino con un
quadro di San Giovanni, davanti al quale si poneva
un grosso cero. I ragazzi e le ragazze vi si
recavano per “farsi compari” o “comari”. A due a
due si prendevano per il mignolo d’una mano
(comparatico a ditillo) e, facendo dondolare il
braccio, dicevano:
Cumbare e
cumbarieglie spartemmece l’anieglie.
R’anieglie s’è
spartute e ru cumbare ze n’è fujute.
Quindi, con un
colpo secco, liberavano i mignoli. Poi i due
compari giravano intorno alla croce sette volte
(percorso sacro), infine prendevano tre sassolini
(elemento litico) e li andavano a gettare
nell’acqua del vicino lavatoio (elemento idrico),
acqua nella quale si bagnavano i piedi o, più
semplicemente, si lavavano le mani (a volte
facendosi il segno della croce). In qualche
occasione, dopo il rito, i due nuovi compari si
scambiavano un modesto regalo (un fiorellino o una
monetina) oppure ponevano un proprio capello sul
capo dell’altro.
Questo rito,
secondo i più, vorrebbe ricordare il vincolo sacro
stabilitosi tra Gesù e San Giovanni nel fiume
Giordano, sarebbe un rapporto spirituale che non
deve essere tradito, pena improvvise sventure. A
Isernia, infatti, essere cumbare re San
Giuvanne significava rispettare un legame con
valenza quasi superiore a quello esistente tra due
fratelli.
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