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Come salvammo
l'Uomo Cervo
La maschera zoomorfa del carnevale di Castelnuovo
al Volturno
notizie tratte dal settimanale
«EXTRA», anno XV, n. 9, sabato 8 marzo 2008
Nel 1997, l’associazione culturale di cui sono
presidente, editò il volume di Mauro Gioielli,
L’Uomo Cervo re della montagna e maschera di
carnevale, nel quale, alle pp. 9-10, l’autore
narrò brevemente come, insieme, riuscimmo a
“salvare” questa tradizione che rischiava
l’estinzione.
Questo il racconto di Gioielli: «La prima volta
che venni a conoscenza del carnevale
dell’Uomo-Cervo fu nell’autunno del 1986, quando
me ne parlò Ernest Carracillo, descrivendomelo
sommariamente e consegnandomi una scheda
dattiloscritta riguardante la festa, insieme ad
alcune foto scattate durante il carnevale
dell’anno precedente. Mi disse che oramai la
rappresentazione trovava luogo in modo irregolare,
viveva “a singhiozzo” e aveva oltretutto subìto
una lunga interruzione. Solo grazie all’iniziativa
di alcuni giovani era stata ripresa nel 1985; ma
era risultata un fallimento e già l’anno seguente
non fu possibile ripeterla.
Dal suo racconto e dal testo del dattiloscritto,
mi resi conto che si trattava d’un carnevale
particolare, un rito che vedeva protagonista una
maschera zoomorfa certamente inconsueta.
[...]
La singolarità m’incuriosì non poco, perciò
pregai Ernest di “fare del tutto” per indurre
qualcuno dei suoi compaesani a rappresentarlo
l’anno successivo. E lui s’impegnò in tal senso.
La tradizione vuole che il rito castelnovese trovi
svolgimento l’ultima domenica di carnevale.
Pertanto, il giorno precedente tale data,
contattai telefonicamente Ernest per chiedere
notizie sul Cervo. Purtroppo rispose che nessuno
aveva voluto saperne di rappresentare l’antica
pantomima. Egli si lamentò del disinteresse
generale: quel carnevale rischiava l’oblio. Ma io
insistetti affinché convincesse in qualche modo
gli abituali interpreti del rito a cambiare idea.
Ebbi fortuna. Il lunedì successivo, Ernest mi
chiamò per dire che era riuscito nel tentativo.
L’Uomo-Cervo sarebbe “tornato” in paese nel giorno
di martedì grasso.
A quell’appuntamento non mancai. Mi recai a
Castelnuovo, fotografai le fasi del rito e ne
annotai le parti salienti, le caratteristiche dei
personaggi e quant’altro mi parve utile. Ne nacque
un articolo
[1], poi un altro, poi un altro ancora. E dopo di me
altri si sono interessati alla festa, scrivendo le
proprie impressioni e riflessioni. Ciò ha
contribuito a ridare coscienza ai castelnovesi
sull’importanza del loro carnevale, spingendoli a
rigenerarlo.
Questa la scarna cronaca del mio “incontro” col
Cervo, affinché resti testimonianza di come il
recupero di questa festa sia stato, per molti
versi, un caso fortuito e fortunato. Quando me ne
fu segnalata l’esistenza, il Cervo di Castelnuovo
era moribondo, era nel letto di morte, colpito non
dal consueto Cacciatore ma dalla noncuranza della
gente, dalla omologazione culturale mediale, da
tutto ciò che quotidianamente distoglie dai valori
autentici della vita. Se anche gli ultimi pochi
volenterosi avessero chiuso gli occhi, con ogni
probabilità l’Uomo-Cervo sarebbe rimasto per lungo
tempo ancora (o forse per sempre) rintanato nel
suo rifugio montano, un rifugio inesorabilmente
chiuso dal macigno dell’indifferenza.
Il Cervo, fortunatamente, è sopravvissuto ed
oggi e più che mai vivo. Viene, però, da
chiedersi: quante espressioni culturali
altrettanto importanti sono state abbandonate,
dimenticate, seppellite?».
Questa testimonianza fa chiarezza rispetto a
talune millanterie d’uno strano personaggio che,
ogni tanto, afferma d’essere stato lui a
“scoprire” l’Uomo Cervo e ad averne valorizzato le
peculiarità.
* * *
Tornando alla maschera, essa pare avere avuto una
origine mitica. Alla tradizione del carnevale
castelnovese, difatti, è legata una leggenda,
quella della favolosa pietra di bezoar (o
belzoar, come dicono in paese). Un
talismano contro il veleno.
Ve la racconto
[2]: «Secondo diffuse credenze, la pietra
di bezoar è una piccola e luminosa pietra che
nasce spontaneamente
tra le corna [3] dei cervi maschi dominanti
[4], sorretta da sottili fili cartilaginei.
La leggenda vuole che, anticamente, l’Orso Nero e
il Gran Cervo fossero i re di un’alta montagna. Ma
un giorno la montagna fu infestata dai serpenti.
Solo la pietra di bezoar [5] consentiva di
restare immuni dal morso delle vipere e degli
altri rettili velenosi. Così il Gran Cervo, le cui
corna erano adornate dalla magica pietra, restò
l’unico dominatore del monte e della foresta. Ciò
gli procurò l’invidia del feroce Orso Nero che,
per impossessarsi della pietra, uccise il Cervo,
gli strappò le corna e andò a gettarne il corpo in
un lago. L’Orso ora si sentiva il signore assoluto
della montagna. Ma quando si trascinava dietro le
corna col bezoar, queste s’impigliavano tra le
siepi del sottobosco, facendo tanto rumore da far
fuggire ogni possibile preda. Così, in breve
tempo, l’Orso Nero morì. La leggenda vuole che, di
tanto in tanto, lo spirito del Gran Cervo venga
fuori dal lago e s’aggiri per il monte e la
foresta alla ricerca delle corna e della pietra di
bezoar [6]».
Ernest
Carracillo
Presidente
dell'Associazione Culturale "Il Cervo" di
Castelnuovo al Volturno
Note
[1] Il primo articolo di Gioielli in cui compaiono
notizie sul carnevale di Castelnuovo è: M.
Gioielli, Tradizioni carnascialesche nel Molise,
«Abruzzo Oggi», anno X, n. 3, marzo 1987, pp.
31-32. Negli anni successivi, egli ne ha firmato
vari altri, uno dei quali su una rivista tedesca.
[2] M. Gioielli, La cultura musicale e le
tradizioni orali dei pastori transumanti, in
E. Petrocelli, La civiltà della transumanza,
Isernia, Iannone, 1999, p. 324.
[3] Alcune varianti della leggenda indicano quale
sede della pietra di bezoar le viscere
dell’animale.
[4] In altre leggende molisane, al posto del cervo
si indica il montone; in area abruzzese, oltre a
questi due animali, si riscontra anche il bezoar
del camoscio; nell’alta Puglia, invece, molto
spesso troviamo legati a questo mito il cavallo o
il più fiabesco unicorno.
[5] La pietra di belzoar è conosciuta anche come
“pietra del serpente”.
[6] La leggenda della pietra del belzoar è molto
diffusa nella cultura pastorale molisana e
abruzzese. Forse la ragione di ciò sta nel fatto
che essa difendeva dal morso delle serpi, pericolo
tra i più temuti dei pastori transumanti. Tale
pietra, infatti, ha la stessa forza apotropaica e
taumaturgica attribuita a San Domenico (venerato a
Castelpizzuto, Cocullo e altri paesi abruzzesi,
molisani, laziali e umbri), santo a cui i pastori
ricorrono proprio per essere protetti, insieme
alle greggi, dal morso dei serpenti velenosi.
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