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L’abbigliamento tradizionale isernino
Angelo Viti
Uno studio particolareggiato ed esatto sulle
antiche vesti popolari oggi non si può fare. La
gente isernina che indossava le sete ed i panni
apportò, attraverso le varie epoche di evoluzione
e dominazione straniera, un progresso di praticità
al taglio ed all’ornamento dei costumi. Soltanto
le poche nonne che ancora nella nostra epoca si
aggirano negli umbratili vicoli, nei solatii
mercati, rimangono a testimoniarci – ed in maniera
parziale – quello che è stato l’abbigliamento
delle loro ave. Qualche raro ed “originale”
costume vien gelosamente custodito negli arconi di
famiglia e per i nostri contadini queste vesti
sono diventate sacre reliquie di estinta e morbida
bellezza che, forse, come tradizione vuole,
saranno indossate soltanto il giorno in cui questi
tenaci conservatori andranno a popolare il loro
perenne lembo di terra.
Quello che ci ha colpito talvolta, osservandolo in
occasione di riunioni e sagre, è l’austerità del
costume isernino. Grande dote questa, quando si
tien presente che i prodotti della fantasia
popolare son quasi sempre fantasmagorici,
teatrali, vistosi.
Il costume isernino è semplice ed originale. In
questa sobrietà di linee e di colori, nella
freschezza del taglio scaturisce tutta una remota
atavica probità di vita. Nell’euritmia soave di
toni chiari e semplici, come quel ceruleo che
ricorda il cielo, nella continuità sinuosa di
linee, ci pare alle volte rivedere soavi immagini
di fanciulle di Caria e Licia. Quella mappa
candidamente trinata, posata sulla cervice,
ricorda il capo delle donne Corfiote. Da queste
considerazioni non vorremmo fare dedurre al
lettore una continuità od influenza del costume
greco, sebbene tutti gli abiti, specialmente
italioti, foggiarono le primitive acconciature su
quelle che i popoli di oltremare portarono.
Esempio tipico quello femminile di Gallo.
Il costume femminile è costituito dalla gonna, in
seta o cotone, di colore azzurro chiaro,
pieghettata alla cintura e leggermente svasata in
basso, senza ornamento alcuno. Ricorda, nella
classica semplicità, l’abbigliamento sannita
citato dal cronista Lucio Florio. Sulla gonna
viene legato il grembiule, mandezine, che
in origine aveva soltanto funzione ornamentale
mentre oggi preserva l’abito. È solitamente nero.
Per le spose, arabescato e merlettato. Il corpetto
è il capo di vestiario più vanitoso e pretenzioso
sul quale l’inesauribile vena artistica delle
ricamatrici si è sbizzarrita. Ricorda lontanamente
il giustacuore rinascimentale. È di colore porpora
o granato, ricamato con cordicella in oro. I
disegni sono ghirigori che s’intersecano in volute
e rosette sul seno fino ad estinguersi con un filo
lineare alle maniche ed alla cintola. Sotto il
corpetto si indossano camicie bianchissime
ricamate agli orli con i tradizionali merletti,
pezziglie. La singolarità del corpetto
consiste nel non avere maniche staccate, come
quasi tutti i costumi molisani hanno, e di essere
molto aderente al corpo, tanto da modellarlo.
Sulle spalle veniva adagiato un ampio fazzoletto
frangiato, scolla, piegato a triangolo il
cui vertice era rivolto in basso, solitamente di
colore giallo. Infine la mappa, o
maccaturo, ricorda molto l’habitus
manicatus delle sannite. È bianco o di altro
colore, trattenuto da due spilloni d’oro ai lati
del capo, conficcati su una formella di panno
rosso la quale racchiude i capelli intrecciati e
raccolti a cercine. Le scarpe sono stilizzate. In
dialetto si chiamano chianieglie, di cuoio
nero e mancano di calcagno.
Gli uomini, sempre così austeri e pratici nel
vestire, indossano giacca e pantaloni blu scuro.
Questi ultimi corti e aperti dal lato esterno e al
disopra della caviglia, per una decina di
centimetri. Il panciotto, camisciola, come
la giacca ha bottoni dorati e grossi. La camicia è
di tela bianca ma senza colletto, mentre il
cappello è nero, molto piatto, a falde larghe e
perfettamente rotondo. La protezione dei piedi è
affidata ad un pezzo di pelle di capra. In epoca
più vicina, come ancora oggi, viene sostituito da
pezzi di copertone d’auto. Queste calzature,
scarpitti, vengono fissate da legacci,
criuoli, molto lunghi i quali si avvolgono
attorno ai polpacci rivestiti, questi, di pezze di
bianco lino. Soltanto gli uomini si avvolgevano in
inverno in ampi tabarri di panno blu scuro con
bavero alto e foderato di pelo di capra, con i
risvolti di panno rosso cinabro.
Queste notizie
sull'abbigliamento tradizionale isernino sono la
prima parte dell’articolo Il costume, gli usi e
le credenze popolari, che Angelo Viti pubblicò
nel volumetto (commemorativo del bombardamento del
10 settembre 1943) intitolato Aesernia, a
cura di Sabino d’Acunto, Tipografia editrice
Sammartino, Agnone 1947, pp. 28-31].
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