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Mauro
Gioielli, L’eremo dell’eros. La festa dei santi
Cosma e Damiano a Isernia, Palladino Editore,
3^ edizione, Campobasso 2000.
di Giovanni
Mascia
Si tratta
di un’importante indagine di Mauro Gioielli, già
apparsa nell’ottobre 1995, con il titolo Priapo,
i Dioscuri e le zampogne. La festa dei santi Cosma
e Damiano a Isernia, su “Utriculus”, anno IV,
n. 3 (15), luglio-settembre 1995, pp. 4-34,
corredata da un ampio e opportuno summary
in inglese di Antonietta Caccia (pp. 35-39).
Un’indagine, quindi, che da tempo era a
disposizione di quanti vogliano o debbano
approfondire il discorso sulla famosa decifrazione
del rito isernino proposta dallo scozzese William
Hamilton sul declinare del secolo decimottavo.
Come suo
costume, Gioielli parte da una dettagliata
ricostruzione del contesto storico e sociale in
cui il rito avviene, soffermandosi sul santuario
isernino; le figure dei santi Cosma e Damiano; i
Dioscuri, Castore e Polluce, il cui culto si
perpetuerebbe in quello dei due santi cristiani;
la chiesa isernina con le sue reliquie; gli
zampognari e i fedeli, che animano la festa e la
processione, così come vengono celebrate oggi.
Quindi, lo studioso isernino affronta decisamente
il problema del preteso culto reso a Priapo (fino
a metà Ottocento, secondo alcune fonti), culto che
nella sua reclamata oscenità, culminante
nell’unzione sacrale di genitali malati e
nell’offerta di ex-voto fallici (i ditoni di
san Cosma, secondo Hamilton, che collega
l’eufemismo a una leggendaria reliquia, ovvero il
pene disseccato e mummificato del santo), rese
famosa la festa isernina nel mondo degli eruditi e
dei viaggiatori di duecento anni fa.
Gioielli
illustra la relazione di Hamilton; la corrobora
con due leggende della tradizione orale isernina,
“collegate agli antichi culti per gli organi della
generazione sia maschile, che femminile”;
disquisisce sull’uso degli oggetti
magico-simbolici a forma fallica; e, tuttavia,
giunge a conclusione che vanno nella direzione di
un netto ridimensionamento della “scoperta” di
Hamilton, la quale non regge affatto alla prova
del dubbio.
Scrive
infatti Gioielli, alla cui competenza, conviene
lasciare il prosieguo del discorso, che abbiamo
alleggerito delle accurate note in calce:
Non tutto, infatti, sembra “quadrare” e un
ragionevole scetticismo ci induce a pensare che,
nella sostanza, i riti isernini non erano proprio
ciò che il ministro scozzese credette di
ravvedervi.
È opportuno, a questo punto, evidenziare i nostri
dubbi […]:
1. Hamilton non poté assistere ai riti fallici di
S. Cosma perché - come già più volte detto - aveva
l’intenzione di venire ad Isernia nel 1781 ma le
autorità locali avevano ormai vietato la
celebrazione dell’aspetto osceno della festa.
Pertanto, nella sua lettera-relazione, il ministro
descrive un evento a cui non ha assistito. Lo fa,
infatti, di seconda mano, utilizzando le notizie
fornitegli da un «signore che era a questa festa
nel 1780», la cui testimonianza «è stata
confermata in seguito dal governatore di Isernia».
2. Se Andrea Pigonati - come sostiene Carabelli -
oltre che essere l’anonimo «individuo d’educazione
liberale» è anche l’autore della lettera da
Isernia [trattasi del documento apocrifo
che insieme agli ex voto priapici è allegato da
Hamilton a comprova del suo assunto, n.d.r.]
occorre dire che - a giudizio di Torcia - si
trattava d’un personaggio abbastanza incline agli
“slanci di fantasia” e che vedeva ovunque intrecci
tra paganesimo e cristianesimo. Pigonati, però,
godeva d’un certo credito a Napoli, per cui, se
contattò Hamilton raccontandogli di aver
rintracciato il culto di Priapo a Isernia, è
probabile che il ministro gli credette.
3. Nella lettera da Iserniasi citano le
usanze priapiche di Ottaiti (Tahiti). Ma l’anonimo
estensore dell’epistola come poteva conoscerle?
Esse, infatti, divennero note in Europa a seguito
delle spedizioni del capitano Cook i cui viaggi
furono pubblicati in un volume la cui edizione
italiana vide luce solo nel 1784. I riti tahitiani,
però, dovevano essere noti a Hamilton poiché il
suo amico Joseph Banks gliene aveva verosimilmente
parlato, avendo partecipato ai viaggi di Cook.
4. I falli isernini giungono al British Museum
solo nel 1784 ovvero tre anni dopo la (presunta?)
discovery di Hamilton. In tutto quel tempo
egli avrebbe potuto facilmente recuperare i
ditoni in altre zone del Regno che non Isernia
o, addirittura, avrebbe potuto farli costruire
apposta. Anche i disegni che Hamilton inviò a
Londra potrebbe averli fatti chiunque. Quello
pubblicato nel volume di Knight, infatti,
raffigura alcuni ex voto fallici offerti presso
l’eremo isernino nel settembre del 1780, ovvero
prima che il ministro scozzese venisse a
conoscenza della festa di San Cosma.
5. Nel 1790, Colt Hoare, venuto ad osservare la
festa isernina di San Cosma non vi trovò i
Great Toes che cercava.
6. I falli di cera conservati al British Museum (e
che dovrebbero essere quelli recuperati da
Hamilton) sono giallognoli, mentre varie fonti
testimoniano che i ditoni isernini erano
fabbricati in «cera rossa». Oltretutto gli oggetti
in questione, per come è possibile vederli
oggi,non danno la certezza che un tempo siano
davvero stati degli ex voto priapici.
7. Hamilton, influenzato da una certa moda di
quell’epoca,era alla costante ricerca di “cose
strane” e sarebbe stato felicissimo di poter
annunciare una scopertasensazionale che gli
sarebbe valsa l’ammirazione dei suoi colleghi
antiquaries, i quali
-
va detto
-
avevano la propensione a vedere un po’ ovunque i
remains di chissà quali antichità.
Dai dubbi
fin qui espressi, Mauro Gioielli muove verso
conclusioni inevitabili, che riportiamo
volentieri, sempre alleggerite delle note in
calce, perché crediamo possano proporsi come
lezione di metodo (ricostruzione di prima mano e
analisi critica dei risultati acquisiti) e
benefico antidoto contro la reiterazione del noto,
la piaga purulenta che affligge il corpus
istituzionale della cultura molisana.
La
presenza di ex voto a forma fallica nella Isernia
del’700 - a prescindere dai dubbi espressi - è più
che verosimile, anzi è del tutto normale in
rapporto alla storia e alle antiche religioni del
Molise. Si può tranquillamente affermare che, se
qualcuno ha davvero visto dei falli di cera
sull’eremo dei Ss. Cosma e Damiano, la circostanza
non aveva nulla di eccezionale, non era un fatto
clamoroso né tanto meno una scoperta. In realtà -
come giustamente annotava Masciotta -
nell’atteggiamento di Hamilton «vi era della
esagerazione», poiché il culto isernino era un
fatto «in sé spiegabilissimo». A Isernia non c’era
la tradizione di celebrare cerimonie oscene.
V’era, invece, il culto verso due santi che
venivano chiamati in causa per ogni male di natura
fisica; santi invocati per ottenere la guarigione
di occhi, di braccia, di gambe, e d’ogni altra
parte del corpo, inclusi, perché no?, i membri
della generazione. E, in tale circostanza, gli ex
voto che avevano l’aspetto degli organi sanati non
potevano fare eccezione per quelli sessuali. Per
cui, vedere nelle antiche cerimonie in onore dei
Ss. Cosma e Damiano solo l’aspetto mutinico [Mutino,
aveva spiegato Gioielli in precedenza, era il dio
latino e italico corrispondente al Priapo greco,
n.d.r.],risultava sicuramente riduttivo,
distorceva in parte la realtà, interpretava in
modo senza dubbio limitativo la valenza religiosa
della festa.
I culti
priapici dei Greci e dei Romani erano cosa
indiscutibilmente diversa dal riti isernini del
XVIII secolo. Già Torcia aveva escluso rapporti
diretti e pondus aequales tra gli
antichissimi culti pagani e le pratiche
settecentesche degli ex voto fallici, poiché la
storia di numerose generazioni li divideva.
Affermare, come fece Hamilton, di aver trovato a
Isernia le reminiscenze religiose dell’antichità
classica era come voler dire di vedere
distintamente e a chiare tinte una cosa che invece
appariva offuscata da secoli di storia; qualcosa
di cui a mala pena si notavano le ombre e a cui,
probabilmente, si voleva a tutti i costi dare
l’aspetto desiderato.
Riteniamo quindi di essere nel giusto sostenendo
che la presenza dei ditoni ad Isernia non
era certamente un fatto più rilevante di altri
all’interno dell’espressione fideistica,
collettiva o personale, dei pellegrini che si
recavano sull’eremo dei Santi Cosma e Damiano. Era
solo una delle tante forme del complesso e
variegato modo di rendere “visuale” (attraverso
l’oggetto raffigurante la parte del corpo malata)
la vis taumaturgica dei due santi medici.
D’altro
canto, occorre aggiungere che le offerte falliche
isernine andavano interpretate anche come
espressioni cultuali di tipo “rurale”, cioè riti
svolti per «ottenere un buon raccolto, abbondante
e proficuo, indispensabile per assicurare
benessere ad una comunità prettamente agricola»
qual era, nel Settecento, quella di Isernia e
delle zone vicine. Il significato apotropaico
degli antichi ex voto priapici, infatti, va
ricercato «nell’intenzione di opporre alla
sciagura il simbolo della fertilità e perciò del
benessere». Priapo, infatti, nasce come re dei
giardini e delle colture, il dio della fecondità
dei campi ancor più che della fecondità delle
donne. Non di meno, bisogna sottolineare come le
feminae che non erano in grado di partorire
si portavano dentro tutta l’angoscia di questa
loro condizione che, al di là dell’aspetto
personale di madre mancata, significava non avere
in famiglia nuove, giovani e forti braccia per il
lavoro nei campi, un lavoro duro e indispensabile
per il vivere quotidiano. In tale scenario
psicologico, i culti isernini per l’organo
sessuale maschile tendevano a favorire la
«preservazione» contro la sterilità sia della
terra mater che della uxor mater,
esprimevano la lotta contro tutto ciò che
ostacolava la normale sopravvivenza. Eterna
contrapposizione tra mors e vita.
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