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La Pupattola della
Quaresima
di
Mauro Gioielli
www.maurogioielli.net
Articolo
pubblicato nel settimanale «EXTRA», anno IV, n.
10, 15 marzo 1997, p. 12
Isernia sta man mano smarrendo la
propria identità etnica. L’alto numero di
lavoratori e studenti provenienti dall’hinterland
provinciale, la cospicua presenza di residenti
d’origine campana e la costante crescita
demografica delle minoranze zingare, sono elementi
che contribuiscono non poco a questo fenomeno,
poiché risultano «corpi estranei» alla radice
storica ed antropologica della città. Ciò conduce
verso un progressivo abbandono di pratiche e
usanze popolari che erano ragione di coesione
umana tra gli appartenenti alla comunità indigena.

Alcune tradizioni, però, resistono
ai tempi. È il caso della Curaesëma
(Quaresima) che, solo grazie alla passione
dell’ormai ottantunenne Antonio Martella, continua
a perpetuarsi nella caratteristica e ‘teatrale’
Piazza Sanfelice.
La Curaesëma è costituita da
un cono di discrete dimensioni, sulla cui sommità
è raggomitolata quella che dovrebbe essere una
testolina posticcia. La figura, appesa ad un filo
metallico che attraversa la piazza, è una sorta di
pupattola vestita di nero (stoffa d’ombrello),
corredata d’una scopa fatta di fili di saggina.
Alla base del cono c’è un telaio circolare da cui
pendono alcuni cibi che sono il menù quaresimale:
baccalà, aringhe, peperoncino, cipolla, aglio, una
bottiglietta d’olio, un po’ di pastasciutta,
frutta secca, ecc.
Un tempo, il tutto era completato
da una patata nella quale venivano infisse sette
penne di gallina ch’erano poi tolte, una alla
volta, ad ogni domenica, fino a Pasqua. Quest’ultima
usanza è oggi in disuso.
La tradizione isernina della
Curaesëma fu notata ad inizio secolo dalla
scrittrice e pittrice italo-inglese Estella
Canziani, durante un viaggio in Abruzzo e Molise
da cui nacque un libro [Through the Apennines
and the lands of the Abruzzi, Cambridge, 1928]
nel quale è brevemente descritto com’era allora
simboleggiata la Quaresima: «un pupazzo di
stracci neri di circa cinquanta centimetri, con
un anello nascosto nella gonna; sulla gonna
vengono appesi campioni di cibo [...]. Il
pupazzo ha in mano una conocchia e della canapa».
La Curaesëma è innalzata
alla mezzanotte dell’ultimo giorno di carnevale,
che fino a pochi anni addietro gli abitanti di
Piazza Sanfelice salutavano con un falò su cui
veniva arso un fantoccio. Essa viene rimossa al
sabato santo, «quando si slegano le campane».
La pupattola rappresenta «una vecchia, magra e
nera signora», è il simbolo del digiuno
pre-pasquale, la “secca” figura che contrasta con
le ricche mangiate e le abbondanti libagioni del
carnasciale.
Appare difficile pronosticare un
futuro per questa tradizione. Oltre al caparbio
Antonio, quasi più nessuno sembra capace di saper
cogliere la valenza culturale, simbolica,
religiosa, magica e propiziatrice della
Curaesëma .
Oggi, prima di scrivere questo
pezzo, sono andato in Piazza Sanfelice per
osservare la Pupattola. Ho incontrato un’anziana
donna vestita di nero. M’è sembrata la
raffigurazione vivente della Quaresima. Le ho
chiesto cosa fosse quel fantoccio che pendeva là
in alto, tra le case. Mi ha risposto modulando con
la voce gli antichi versi dialettali d’una
filastrocca cantata: Curaesëma secca
secca, magna alicë e ficura secca, e ’na scenna rë
baccalà, Curaesëma fruscia là. Poi s’è
allontanata ridacchiando.
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