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La Fiera delle Cipolle
dal
volume «La Fiera delle Cipolle. Un’antica
tradizione isernina»,
a cura di Mauro
Gioielli, Palladino editore, Campobasso 2005, pp.
11-15, 23-24
Fin da
epoche remote ad Isernia si sono svolte fiere
importanti. Tra le più antiche c’è quella dei
santi Nicandro e Marciano, di cui si trova
menzione in una pergamena contenente alcuni
privilegi concessi, il 19 ottobre 1254, alla città
di Isernia da Ruggero conte di Celano e di Molise.
Fra i privilegi figura l’esenzione dalle tasse per
chi partecipava alla fiera [1].
Essa si spense nei secoli successivi; venne quindi
ripristinata con decreto reale del 27 luglio 1825,
per poi estinguersi nuovamente [2].
Una fiera
importante è quella che ha luogo il 26 e 27
settembre, in occasione della festa dei santi
Cosma e Damiano [3],
già conosciuta nel XV secolo ma divenuta
internazionalmente nota sul declinare del
Settecento a causa dei culti priapici che, secondo
William Hamilton, trovavano luogo presso la chiesa
isernina dedicata ai Santi Medici. La fiera dei
santi Cosma e Damiano era inclusa nella classe
“delle perdonanze”.
Un
appuntamento mercantile che non si tiene più, ma
che un tempo ha goduto d’un discreto prestigio, è
stata la fiera di sant’Ippolito (12 e 13 agosto).
Ha tuttora regolare svolgimento quella, di modesta
entità, correlata alla festa di san Pietro
Celestino (19 maggio).
La
fiera di san Pietro

La fiera
più caratteristica di Isernia è certamente quella
legata alla ricorrenza dei santi Pietro e Paolo,
ossia la fiera ‘delle cipolle’, così detta poiché
l’allium cepa L. – assieme all’aglio
(allium sativum L.) – ne è stata, per
secoli, la protagonista assoluta; e, sebbene in
misura minore, lo è ancora.
Luigi
Vittorio Bertarelli, nel 1926, scriveva: «Il 28 e
29 giu. di ogni anno [a Isernia] si tiene (nel
piazzale Erennio Ponzio) una importante e
caratter. fiera detta di S. Pietro dalle
cipolle, perché vi si fa mercato di grandi
quantità di bulbi di cipolle, che vengono
presentati agli acquirenti in mucchi costruiti con
grande pazienza. Vi accorrono ad offrire la loro
merce tutti gli agricoltori di Isernia, di Venafro
e di altri luoghi vicini. Nella zona isernina
vengono adibiti a tale coltura c. 50 ettari e la
produz. totale è di 3500-4000 Q. La varietà più
coltivata è chiamata rossa o di S.
Pietro: sono cipolle a forma tonda,
schiacciata, di colore rosso rame o rosso vinoso e
di notevole grandezza (100 cipolle pesano in media
25 kg.); vi è anche una sottovarietà, detta
majorina, che è più precoce della precedente.
Nel mercato di Isernia compaiono anche la cipolla
bianca, grossiss. e piatta, e l’aglio» [4].
Origini
La fiera
isernina intitolata all’apostolo Pietro è di
remota istituzione. È segnalata in uno dei
settantacinque Capitoli della Bagliva [5]
promulgati nel 1487, ma presumibilmente essa
preesisteva da secoli (difatti, tali Capitoli
erano il riadattamento e la riformulazione di
norme precedenti).
Il
Capitolo quarantesimo, intitolato Delli giorni
franchi della fiera, menziona «la festa e la
fiera di S. Pietro Apostolo». Sappiamo, pertanto,
che tale fiera, almeno dal XV secolo, aveva
svolgimento annuale ad Isernia; ma non è certo se
la medesima già allora fosse caratterizzata dalla
presenza distintiva delle cipolle. Tali ortaggi,
però, sono citati in nuovi Capitoli, non numerati,
aggiunti successivamente (nel periodo che va dal
18 gennaio 1539 al 16 ottobre 1620). Difatti, tra
le regole dell’esitura codificate in detti
ulteriori Capitoli si legge che era dovuto un
pagamento di 3 grana «per ogni salma di cipolle» e
che, per non danneggiare i produttori locali, era
possibile proibire ai commerciati di fuori città
la vendita di più generi alimentari, tra cui
Agli e Cepolle.
Una
leggenda
Qual è il
collegamento fra la cipolla e l’apostolo Pietro?
Forse la risposta è in una leggenda isernina [6],
che conta varianti in altri luoghi [7].
Un
giorno, la madre di san Pietro, donna avara e
cattiva, mentre sciacquava in un ruscello delle
cipolle appena colte, se ne fece sfuggire una di
mano, che fu portata via dalla corrente. Poco più
giù, una povera vecchina riuscì ad afferrare
l’ortaggio e chiese alla madre di san Pietro il
permesso di mangiarlo, perché aveva fame. Quella,
per la prima volta nella sua vita, fu colta da
benevolenza e annuì.
Quando la
mamma di san Pietro morì, fu mandata all’inferno a
causa della sua avarizia. Allora, ricorse al
figlio. «Figliolo, mi hanno messo tra le fiamme; è
un tormento. Non abbandonare la tua mammina,
portami in paradiso». San Pietro le rispose che
non si poteva: «Cosa direbbero le altre anime,
mamma?». La donna, però, non faceva altro che
chiamarlo per ripetergli di trasferirla in
paradiso. Così, per far cessare quel lamento, san
Pietro si decise ad invocare l’intervento di Gesù
per tirarla via di lì.
«Dopo
tutto – disse il santo al Signore –, una volta ha
fatto la carità ad una vecchia affamata. Le ha
regalato una cipolla». A Gesù venne quasi da
ridere, però, per far piacere a Pietro, acconsentì
che la madre potesse uscire dall’inferno. «Se è
stata così caritatevole – rispose ironicamente
Gesù –, falla appendere ad una resta di cipolle e
portala con te in paradiso».
Appesa la
madre alla resta, il santo cominciò a farla salire
verso il paradiso, ma altre anime dannate si
avvinghiarono alla veste della donna per salvarsi
anch’esse. Ella, allora, cattiva com’era, urlò
loro di staccarsi e menò calcioni, perché voleva
salvarsi da sola. E tanto urlò e si dimenò che la
resta si spezzò, facendola precipitare nuovamente
e definitivamente all’inferno.
Mauro Gioielli
www.maurogioielli.net

Note
[1] Antonio M.
Mattei, Storia d’Isernia, vol. II, Dagli
Svevi ai Borboni. Documenti inediti, Athena
Mediterranea, Napoli 1978, p. 33.
[2] Fernando
Cefalogli, Le fiere a Isernia, in Antonio
Masi, La fiera nel tempo, Edizioni Eva,
Venafro 2005, p. 101.
[3] Mauro
Gioielli, L’eremo dell’eros. La festa dei santi
Cosma e Damiano a Isernia, Palladino,
Campobasso 2000.
[4] Luigi Vittorio
Bertarelli, Guida d’Italia del Touring Club
italiano, vol. 1°, Italia Meridionale, “Abruzzo-Molise-Puglia”,
TCI, Tipografia Sociale del Cav. Carlo Sironi,
Milano 1926, p. 343.
[5] Il documento
originale dei Capitoli della Bagliva è andato
perso, ma se ne conosce la quasi totalità dei
contenuti grazie ad un antigrafo redatto dopo il
29 ottobre 1718. Il titolo di tale copia
settecentesca è Capitoli della Bagliva della
Fedelissima Regia Città di Isernia e parim.ti li
Capitoli degli Affitti de Corpi della Città.
Sul ruolo della Bagliva isernina, cfr. Fernando
Cefalogli, Isernia. Strade, vie, vicoli,
piazze. L’onomastica storica, Cosmo Iannone
editore, Isernia 2000, pp. 101-102.
[6] La leggenda la
pubblicai in un breve articolo che non firmai col
mio nome bensì con uno pseudonimo-anagramma (cfr.
Ugo Aielli Mirò, La cipolla di S. Pietro,
«Extra», X, n. 22, 20 giugno 2003, p. 17).
[7] Se ne conosce
una variante di Pesche (cfr. Mauro Gioielli,
Etnomemorie. Le tradizioni popolari di Pesche,
Palladino editore, Campobasso 2002, pp. 91-92);
altra variante è beneventana (cfr. Mauro Gioielli,
Fiabe, leggende e racconti popolari del Sannio,
Cosmo Iannone editore, Isernia 1993, p. 206).
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