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  Feste e tradizioni

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Tesori dell’artigianato molisano

I merletti di Isernia

articolo tratto dalla rivista «I Grandi Viaggi», mensile di turismo arte cultura e attualità,

anno XII, n. 9, settembre 1956, pp. 28-29

 

 

Il Molise, ospitale ed interessante angolo del Mezzogiorno di Italia, ancora a molti sconosciuto, ha, nel campo dell’artigianato, caratteristiche e nobili tradizioni.

Se la ridente Agnone vi accoglie al festoso ed argentino rintocco di una artistica campana da poco uscita dalle mani dei suoi noti fonditori; se Lucito vi richiama al ritmo battente dei telai che fanno i tappeti; se Frosolone, rinomata per la sua ottima produzione dei coltelli, vi attira al suono delle incudini ed allo strider delle lime e se S. Elena Sannita vi riceve al lieve ronzio delle mole sulle quali l’acciaio prende il suo taglio, Isernia, l’antichissima città dei Sanniti, vi viene incontro in modo particolare ed a prima vista quasi senza farsi notare, alla timida voce dei suoi innumerevoli fuselli.

 La delicata e preziosa arte del merletto a tombolo è per le popolane di questa ultima città motivo di giusto orgoglio. Due essenziali fattori hanno infatti contribuito a far conoscere e stimare queste trine: la remota origine e la fine fattura.

In base a talune notizie storiche molto frammentarie si vuole che la lavorazione del merletto a tombolo sia sorta in Isernia ad opera di alcune signore appartenenti alla aristocrazia napoletana le quali ebbero qui a trasferirsi avendo le stesse fatto entrare, come educande, le proprie figliuole nei Monasteri di S. Chiara e di S. Maria dalle monache, le quali finirono per poi indossare l’abito monastico. Da altre notizie, forse più attendibili, pare invece che la difficile arte del merletto sia stata insegnata alle donne del luogo dalle suore benedettine di origine spagnola, che si avvicendarono nello stesso convento di S. Maria, ormai inesistente.

Intorno al 1400 risale invece l’epoca in cui nella patria di Celestino V si ebbero i primi manufatti del genere. E tale epoca è da ritenersi la più attendibile in quanto, stabilita sia in base ad un attento esame delle notizie che si hanno al riguardo, sia perché la città custodisce ancora qualche raro pezzo degli artistici e primitivi merletti di tipo ecclesiastico che si conservavano nella Chiesa di S. Maria, distrutta dall’ultima guerra, sulla origine dei quali si sarebbero pronunciati dei competenti in materia.

La regina Giovanna d’Aragona, che durante l’autunno soleva trascorrere la sua villeggiatura in Isernia, fu la prima ad ornarsi di queste trine per le quali ella, oltre ad essere grande ammiratrice ne divenne addirittura tale propagandista che volle appositamente, sotto la guida delle popolane isernine, imparare personalmente a lavorare al tombolo. Da allora, sono passati diversi secoli, tale caratteristica attività cominciò a tramandarsi di, madre in figlia, di nonna in nipote, da sorella a sorella, tanto che oggi in Isernia, da calcoli approssimativi, le lavoratrici di questi pizzi oltrepassano le duemila unità.

È davvero interessante poter ammirare le molte vecchiette assise un po’ dovunque: nei cortili, sotto gli usci di casa, nelle piazzette secondarie o negli stretti vicoli di questa vecchia città dove il sole giocando d’astuzia con i tagli dei tetti e dei muri cerca di sottrarli alle immancabili ombre. Queste donne di vecchio stampo restano chine per ore ed ore sul proprio tombolo (pallone) con mani ferme e veloci atte ad intrecciare ed annodare cento e cento fili svolgentisi dagli esili e lucidi fuselli (tummarieglie) di tanto in tanto distolte ad infilare spilli e spilli nelle ingarbugliate linee che formano il disegno di quello che sarà poi un fine centro da tavolo, una mostrina per biancheria intima, un ricco colletto, un vaporoso e delicato abito da nozze o addirittura una di quelle tante parti di merletto che ricucite insieme formeranno una elegante coperta per un letto da sposa. E non soltanto queste vecchiette è dato ammirare: accanto ad esse siedono le figlie, le nipoti, le sorelle, le comari. È così che si formano questi caratteristici gruppi di instancabili lavoratrici che specie durante la controra si fanno sentire solamente attraverso il caratteristico suono prodotto dai saltellanti fuselli che si rinnova costantemente nell’aria come un ritornello

A volte, dietro il grosso pallone imbottito di paglia, adagiato su apposito cavalletto (scannetto) siedono delle lavoratrici così minuscole che a stento si scoprono di esse i biondi o i neri capelli che si muovono in sincronismo col movimento delle loro piccole mani. Sono le più piccine, quelle che imparano a fare la prima trina che eseguono con tanta sveltezza da sembrare che esse siano nate con i fuselli fra le mani. Di contro, le fanciulle più grandi, dotate di una grande pazienza, eseguono, sotto l’inflessibile sguardo della nonna, la più bella applicazione isernina: la farfalla.

A sera, quando sulla vecchia città incalzano le prime ombre della notte, i gruppi si sciolgono... ognuno rincasa... si rincasa cioè quando l’uomo ritorna dal faticoso lavoro dei campi. È l’ora in cui la famigliola si ritrova unita per il pasto serale... ma è poi proprio tutto finito? No, proprio no! Questa attività isernina prosegue, quasi senza posa. Nella disadorna cucina, presso l’antico focolare, sotto la fioca luce di una lampadina incartata, siede ancora presso il tombolo la nonna che continua la sua fatica fin quando il sonno non la costringerà, inavvertitamente, a posare il capo sulla trina compiuta. È un quadro questo, che avvolto da quell’atmosfera di pace familiare, fa rimanere davvero estasiato chi ha la ventura di osservarlo attentamente.

Di esso sono sempre le stesse protagoniste: quelle vecchiette isernine di vecchio stampo, quelle sante nonne delle quali, peccato, Se ne va man mano perdendo il seme; quelle cioè col fazzoletto in testa retto fra gli argentei capelli dalle spilline d’oro, quelle con la gonna lunga sino ai piedi ed increspata alla vita, quelle cioè con la giacchettina accollata e composta che mai nessuna estate fece modificare fattura. In questa città la lavorazione del merletto a tombolo è divenuta anche materia di insegnamento presso la sua nota Scuola Artistico-Industriale i cui lavori, esposti in mostre d’arte nazionali. del genere, hanno ottenuto immancabili e lusinghieri successi. Il merletto d’Isernia, dunque, che si produce in una gamma infinita di tipi e di policromi fili, con una tecnica precisa e con gusto raffinato, oltre ad essere il sostentamento di molte famiglie è senza dubbio anche la legittima fierezza della stessa città che li produce.

Il pizzo isernino è conosciuto un po’ dovunque. Oltre che in diverse città della penisola e delle isole dove viene messo in commercio da alcune ditte del luogo che ne allestiscono la produzione, il merletto di Isernia è noto anche all’estero e in modo particolare nelle Americhe da dove ne vengono fatte continue ordinazioni.

Anche il Sommo Pontefice, S.S. Pio XII, è rimasto davvero entusiasta di questo delicato manufatto molisano. In occasione del Congresso Nazionale del Turismo fu appunto donato al Papa, dall’E.P.T. di Campobasso, una meravigliosa tovaglia per altare in fine merletto consistente in dodici pannelli raffiguranti grandi fiori su rete, magistralmente lavorati da dodici donne isernine.

Ma, nell’insieme, quale l’avvenire di questo artigianato molisano? Esso si presenta, indubbiamente assai incerto e principalmente perché i giovani, quelli che dovrebbero continuare queste nobili tradizioni, sono distratti da attività più redditizie o addirittura costretti ad allontanarsi dai luoghi natii per andare incontro a migliori fortune. «Propagandare e valorizzare l’artigianato molisano» è la parola d’ordine che deve partire dal Molise stesso. Il sorreggere e l’incrementare lo stesso spetta agli organismi governativi, prospettando ad essi l’utilità e la inderogabilità di adottare concreti ed appositi provvedimenti in materia che unitamente alla laboriosità delle genti interessate evitino lo spegnersi di questi valori artistici.

Vincenzo Passarelli