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Il Molise,
ospitale ed interessante angolo del
Mezzogiorno di Italia, ancora a molti
sconosciuto, ha, nel campo dell’artigianato,
caratteristiche e nobili tradizioni.
Se la ridente
Agnone vi accoglie al festoso ed argentino
rintocco di una artistica campana da poco
uscita dalle mani dei suoi noti fonditori; se
Lucito vi richiama al ritmo battente dei telai
che fanno i tappeti; se Frosolone, rinomata
per la sua ottima produzione dei coltelli, vi
attira al suono delle incudini ed allo strider
delle lime e se S. Elena Sannita vi riceve al
lieve ronzio delle mole sulle quali l’acciaio
prende il suo taglio, Isernia, l’antichissima
città dei Sanniti, vi viene incontro in modo
particolare ed a prima vista quasi senza farsi
notare, alla timida voce dei suoi innumerevoli
fuselli.
La
delicata e preziosa arte del merletto a
tombolo è per le popolane di questa ultima
città motivo di giusto orgoglio. Due
essenziali fattori hanno infatti contribuito a
far conoscere e stimare queste trine: la
remota origine e la fine fattura.
In base a
talune notizie storiche molto frammentarie si
vuole che la lavorazione del merletto a
tombolo sia sorta in Isernia ad opera di
alcune signore appartenenti alla aristocrazia
napoletana le quali ebbero qui a trasferirsi
avendo le stesse fatto entrare, come educande,
le proprie figliuole nei Monasteri di S.
Chiara e di S. Maria dalle monache, le quali
finirono per poi indossare l’abito monastico.
Da altre notizie, forse più attendibili, pare
invece che la difficile arte del merletto sia
stata insegnata alle donne del luogo dalle
suore benedettine di origine spagnola, che si
avvicendarono nello stesso convento di S.
Maria, ormai inesistente.
Intorno al 1400
risale invece l’epoca in cui nella patria di
Celestino V si ebbero i primi manufatti del
genere. E tale epoca è da ritenersi la più
attendibile in quanto, stabilita sia in base
ad un attento esame delle notizie che si hanno
al riguardo, sia perché la città custodisce
ancora qualche raro pezzo degli artistici e
primitivi merletti di tipo ecclesiastico che
si conservavano nella Chiesa di S. Maria,
distrutta dall’ultima guerra, sulla origine
dei quali si sarebbero pronunciati dei
competenti in materia.
La regina
Giovanna d’Aragona, che durante l’autunno
soleva trascorrere la sua villeggiatura in
Isernia, fu la prima ad ornarsi di queste
trine per le quali ella, oltre ad essere
grande ammiratrice ne divenne addirittura tale
propagandista che volle appositamente, sotto
la guida delle popolane isernine, imparare
personalmente a lavorare al tombolo. Da
allora, sono passati diversi secoli, tale
caratteristica attività cominciò a tramandarsi
di, madre in figlia, di nonna in nipote, da
sorella a sorella, tanto che oggi in Isernia,
da calcoli approssimativi, le lavoratrici di
questi pizzi oltrepassano le duemila unità.
È davvero
interessante poter ammirare le molte
vecchiette assise un po’ dovunque: nei
cortili, sotto gli usci di casa, nelle
piazzette secondarie o negli stretti vicoli di
questa vecchia città dove il sole giocando
d’astuzia con i tagli dei tetti e dei muri
cerca di sottrarli alle immancabili ombre.
Queste donne di vecchio stampo restano chine
per ore ed ore sul proprio tombolo (pallone)
con mani ferme e veloci atte ad intrecciare ed
annodare cento e cento fili svolgentisi dagli
esili e lucidi fuselli (tummarieglie)
di tanto in tanto distolte ad infilare spilli
e spilli nelle ingarbugliate linee che formano
il disegno di quello che sarà poi un fine
centro da tavolo, una mostrina per biancheria
intima, un ricco colletto, un vaporoso e
delicato abito da nozze o addirittura una di
quelle tante parti di merletto che ricucite
insieme formeranno una elegante coperta per un
letto da sposa. E non soltanto queste
vecchiette è dato ammirare: accanto ad esse
siedono le figlie, le nipoti, le sorelle, le
comari. È così che si formano questi
caratteristici gruppi di instancabili
lavoratrici che specie durante la controra si
fanno sentire solamente attraverso il
caratteristico suono prodotto dai saltellanti
fuselli che si rinnova costantemente nell’aria
come un ritornello
A volte, dietro
il grosso pallone imbottito di paglia,
adagiato su apposito cavalletto (scannetto)
siedono delle lavoratrici così minuscole che a
stento si scoprono di esse i biondi o i neri
capelli che si muovono in sincronismo col
movimento delle loro piccole mani. Sono le più
piccine, quelle che imparano a fare la
prima trina che eseguono con tanta sveltezza
da sembrare che esse siano nate con i fuselli
fra le mani. Di contro, le fanciulle più
grandi, dotate di una grande pazienza,
eseguono, sotto l’inflessibile sguardo della
nonna, la più bella applicazione isernina:
la farfalla.
A sera, quando
sulla vecchia città incalzano le prime ombre
della notte, i gruppi si sciolgono... ognuno
rincasa... si rincasa cioè quando l’uomo
ritorna dal faticoso lavoro dei campi. È l’ora
in cui la famigliola si ritrova unita per il
pasto serale... ma è poi proprio tutto finito?
No, proprio no! Questa attività isernina
prosegue, quasi senza posa. Nella disadorna
cucina, presso l’antico focolare, sotto la
fioca luce di una lampadina incartata, siede
ancora presso il tombolo la nonna che continua
la sua fatica fin quando il sonno non la
costringerà, inavvertitamente, a posare
il capo sulla trina compiuta. È un quadro
questo, che avvolto da quell’atmosfera di pace
familiare, fa rimanere davvero estasiato chi
ha la ventura di osservarlo attentamente.
Di esso sono
sempre le stesse protagoniste: quelle
vecchiette isernine di vecchio stampo, quelle
sante nonne delle quali, peccato, Se ne va man
mano perdendo il seme; quelle cioè col
fazzoletto in testa retto fra gli argentei
capelli dalle spilline d’oro, quelle con la
gonna lunga sino ai piedi ed increspata alla
vita, quelle cioè con la giacchettina
accollata e composta che mai nessuna estate
fece modificare fattura. In questa città la
lavorazione del merletto a tombolo è divenuta
anche materia di insegnamento presso la sua
nota Scuola Artistico-Industriale i cui
lavori, esposti in mostre d’arte nazionali.
del genere, hanno ottenuto immancabili e
lusinghieri successi. Il merletto d’Isernia,
dunque, che si produce in una gamma infinita
di tipi e di policromi fili, con una tecnica
precisa e con gusto raffinato, oltre ad essere
il sostentamento di molte famiglie è senza
dubbio anche la legittima fierezza della
stessa città che li produce.
Il pizzo
isernino è conosciuto un po’ dovunque. Oltre
che in diverse città della penisola e delle
isole dove viene messo in commercio da alcune
ditte del luogo che ne allestiscono la
produzione, il merletto di Isernia è noto
anche all’estero e in modo particolare nelle
Americhe da dove ne vengono fatte continue
ordinazioni.
Anche il Sommo
Pontefice, S.S. Pio XII, è rimasto davvero
entusiasta di questo delicato manufatto
molisano. In occasione del Congresso Nazionale
del Turismo fu appunto donato al Papa,
dall’E.P.T. di Campobasso, una meravigliosa
tovaglia per altare in fine merletto
consistente in dodici pannelli raffiguranti
grandi fiori su rete, magistralmente lavorati
da dodici donne isernine.
Ma,
nell’insieme, quale l’avvenire di questo
artigianato molisano? Esso si presenta,
indubbiamente assai incerto e principalmente
perché i giovani, quelli che dovrebbero
continuare queste nobili tradizioni, sono
distratti da attività più redditizie o
addirittura costretti ad allontanarsi dai
luoghi natii per andare incontro a
migliori fortune. «Propagandare e valorizzare
l’artigianato molisano» è la parola d’ordine
che deve partire dal Molise stesso. Il
sorreggere e l’incrementare lo stesso spetta
agli organismi governativi, prospettando ad
essi l’utilità e la inderogabilità di adottare
concreti ed appositi provvedimenti in materia
che unitamente alla laboriosità delle genti
interessate evitino lo spegnersi di questi
valori artistici.
Vincenzo
Passarelli |